rimborsi-elettorali-partiti1(di Giulio Perrotta) Per anni, la situazione rimase immutata, facendo percepire cifre astronomiche se pensiamo che in poco più di 20 anni solo la Lega Nord ha percepito qualcosa come 180 milioni di euro.

La legge n. 96/2012, figlia della crisi e dell’impossibilità oggettiva di continuare a percepire cifre fuori dal mondo, ha introdotto numerose novità: ha tentato di adottare un “testo unico” in materia (ancora solo nel pensiero parlamentare); ha fissato il tetto minimo dell’ammontare del finanziamento pubblico da 182 milioni a 91 milioni; ha introdotto un criterio-base rigido e non più variabile, distinguendo il contributo pubblico in una sorta di “doppio binario”, perché separa il contributo come “rimborso” delle spese per le consultazioni elettorali e quale “contributo” per l’attività politica, dal contributo “a titolo di cofinanziamento”, assegnando rispettivamente il 70% ed il 30% dei 91 milioni di euro complessivamente previsti.

Riguardo al primo “tipo” di finanziamento (ovvero il “rimborso” più “contributo”), la riforma mantiene i 4 fondi (elezioni di Camera, Senato, Europarlamento e Consigli regionali) con assegnazione di 19,5 milioni di euro per ciascun fondo, e chiedendo quale requisito semplicemente il candidato eletto, eliminando la soglia dei voti validi; rimane invece inalterato il criterio di ripartizione delle somme tra le varie liste. Curiosa la previsione sanzionatoria del 5% dell’ammontare del finanziamento per le liste aventi diritto alle somme che abbiano più di 2/3 dei candidati dello stesso sesso (l’intento è chiaramente quello di garantire una buona percentuale di “quote rosa”).

Riguardo invece al secondo “tipo” di finanziamento (ovvero il “contributo a titolo di cofinanziamento”), per ciascuno dei 4 fondi sono assegnati circa 6 milioni di euro. Per questo finanziamento, però, i criteri cambiano in quanto le liste hanno diritto ad esso non solo se ottengono il candidato eletto, ma pure se ottengono il 2% dei voti validi conseguiti nell’elezione della Camera, a prescindere dall’elezione alla quale si fa riferimento. Proprio in tema di “quantum”, ciascun partito avente diritto a questa forma di finanziamento ottiene la metà delle somme acquisite annualmente tramite le quote associative e le erogazioni liberali, ponendo però come massimo computabile 10mila euro per ciascun contributo. Infine, la complessa riforma ha poi rimodellato l’obbligo di rendicontazione (già esistente a partire dal 1974) per tutti i partiti che abbiano conseguito almeno 1 rappresentante tra Camera, Senato, Europarlamento e Consigli regionali, ovvero che (pur non avendo alcun candidato eletto) abbiano ottenuto almeno il 2% dei voti validi nelle elezioni per il rinnovo della Camera dei Deputati. In particolare, i partiti dovranno: a) avvalersi, per il rendiconto, di una società di revisione iscritta nell’apposito albo speciale della Consob, tenuta al rispetto della disciplina generale di cui al d. lgs. n. 39/2010, che effettua una verifica di regolarità più specifica; b) pubblicare sul sito Internet del partito il “rendiconto d’esercizio” (e il relativo verbale d’approvazione). Infine, si istituisce la Commissione per la trasparenza e il controllo dei bilanci dei partiti e dei movimenti politici, stabilendo tutta una serie di norme sanzionatorie in caso d’inosservanza.

finanziamento_partitiSembra essere tutto fantastico! Tutto è sotto controllo e la successiva legge  n. 13/2014 prevede in via definitiva l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, salvo garantire il rimborso delle spese per le consultazioni elettorali e i contributi pubblici erogati per l’attività politica e a titolo di cofinanziamento; inoltre, ciascun contribuente se vorrà potrà destinare il 2 x 1000 della propria imposta sul reddito delle persone fisiche a favore di un partito politico, godendo di una importante detrazione per le erogazioni liberali in denaro in favore dei partiti politici.

Ma è veramente così? Il finanziamento pubblico dei partiti è morto definitivamente o si maschera sotto false spoglie?

Prima di tutto, c’è da sottolineare che la legge in esame ha fissato la soglia del 2017 come anno in cui il provvedimento esplicherà i suoi effetti; prima di allora, i partiti continueranno a percepire i finanziamenti pubblici.

Ma come si finanziano quindi i partiti politici oggi? La risposta non è semplice, anche se è sotto gli occhi di tutti. Proviamo a capire quali mezzi possono utilizzare porre in essere:

1) le maxi-donazioni di grandi imprenditori che poi chiedono “qualcosa in cambio” (Riva, Buzzi, …);

2) gli stipendi dei parlamentari;

3) i contributi per l’editoria (la Lega Nord, grazie al giornale La Padania -ora chiuso- ha percepito in pochi anni oltre 61 milioni di euro);

4) il finanziamento pubblico.

E bene si Signori. Il finanziamento pubblico ritorna come nemmeno Lazzaro potrebbe fare. Solo che oggi non si chiama più “finanziamento” ma “rimborso elettorale”. Certo, qualcuno potrebbe storcere il naso e dire che è solo un “rimborsino”: in verità, i partiti intascano anche gli euro che non spendono, come è accaduto con la legge c.d. Boccadutri votata dal Partito Democratico, da Forza Italia e dalla Lega Nord per sanare tutte le eventuali irregolarità, senza tenere conto che Camera e Senato danno alle forze politiche un contributo economico (si chiama “Contributo Unico Onnicomprensivo”) per il funzionamento dei gruppi parlamentari.

Insomma, è chiaro che “Il popolo è sovrano”. Lo dice la Costituzione Italiana. Lo dice a gran voce. Peccato che il popolo sia sovrano solo sulla Carta.

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