di Fausto Minonne – Scuola media “Filippo Bottazzi” di Marittima (LE), anno scolastico 2003/2004. In un giorno qualunque Giuliana Gemma, professoressa di educazione fisica, disse agli alunni della III A: «Si è davvero uomini per quello che si è dentro!». Queste semplici parole risuonano come un grido di battaglia oggi 25 novembre, che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha deciso di designare quale Giornata internazionale contro   la violenza sulle donne.

La scelta è ricaduta su questa data in ricordo del sacrificio delle tre sorelle Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal (1960), massacrate a morte dalla furia sanguinaria del dittatore Rafael Leónidas Trujillo per aver osato opporsi alle atrocità del suo regime nella Repubblica Dominicana. Gli aguzzini del Servicio de Intelingencia Militar riposero i corpi delle donne a bordo del loro veicolo, che venne fatto precipitare da un dirupo nel cinico tentativo di simulare un incidente. El Jefe pensò invano di avere eliminato del tutto un problema, non immaginando che la morte delle sorelle Mirabal avrebbe avuto forti ripercussioni sull’opinione pubblica (malgrado la censura) e scosso molte coscienze fino all’assassinio dello stesso Trujillo (1961).

Quella del generale dominicano, soprannominato persino el Benefactor per ironia della sorte, era pura follia dettata da un delirio di onnipotenza. Un individuo che commette qualsiasi forma di violenza su una donna, sia essa fisica, verbale, domestica, economica o psicologica, non è degno di essere definito uomo. Colui che ricorre alla violenza dimostra di non essere in grado di reggere il confronto e la convivenza civile. Ciò vale anche per coloro che, di tanto in tanto, si azzardano a sminuire episodi di violenza sessuale, facendo passare l’autore del reato per vittima e considerando la vittima alla stregua di una peccatrice, colpevole di ingenuità o di aver osato con un abbigliamento provocante.

Quella lurida espressione “se l’è cercata” non rende nessuno più uomo di qualcun altro. Non è una questione di virilità, bensì di decenza e contegno. A sua volta commette una violenza chi denigra le vittime di stupro condividendo pensieri retrogradi sui social network, che a tratti possono innescare un circolo vizioso. Così facendo si lede la dignità e la libertà delle donne, dando prova di meschinità e non solo di banale ignoranza. Simili gesti contribuiscono a colmare la zona grigia, in cui si nascondono le tante donne che non denunciano il proprio carnefice per timore del pregiudizio. È assurdo, ma a volte è più forte la paura di scalfire i falsi miti o gli stereotipi del bravo marito, della moglie fedele o della famiglia felice, che la gente (per non dire il branco) crea senza conoscere le persone e le dinamiche più intime.

È ignobile classificare la violenza di genere come una causa moralista, perbenista o radical chic, perché è una questione di civiltà che riguarda tutti, uomini e donne, in quanto esseri umani. Le stesse sorelle Mirabal hanno resistito e lottato fino all’ultimo istante, pagando con la vita, per la democrazia e la giustizia, ma prima ancora per la libertà e la dignità che ci rendono cittadini e persone umane senza alcuna sorta di distinzione.

È altrettanto errato affibbiare un colore politico ad una causa nobile, quale il contrasto alla violenza di genere. Serve piuttosto dare colore al muro dell’omertà e dell’indifferenza, che impedisce di sconfiggere questa piaga sociale, con i valori dell’educazione e della solidarietà. In una simile missione anche gli uomini possono e devono fare la differenza. Un uomo, consapevole del fatto che un parente, un figlio, un amico o anche solo un conoscente umilia, violenta o pretende di possedere una donna non può restare inerte.

La prevenzione e il contrasto alla violenza sulle donne passa anche da una sana dialettica fra uomini, in cui l’uno prova a correggere l’altro e lo guida ad instaurare rapporti umani con il sesso femminile. Per dirla con le parole della prof.ssa Gemma: «Si è davvero uomini per quello che si è dentro!».

Fausto Minonne

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