di Salvatore Primiceri* – Parlare e scrivere sono le due forme di linguaggio che maggiormente utilizziamo per comunicare tra di noi oltre alle numerose altre forme di espressione verbale, paraverbale, non verbale e figurative con cui siamo soliti trasmettere messaggi. Le prime due rientrano pienamente nell’atto volontario, ovvero scegliamo di esprimerci per volontà precisa di comunicare qualcosa a qualcuno. Le altre forme di linguaggio non rientrano necessariamente nella volontà in quanto in esse può giocare un ruolo determinante l’inconscio: lo sguardo o la reazione ad un abbraccio, ad esempio, sono forme di comunicazione talvolta istintive che riflettono un pensiero non filtrato dalla piena razionalità.

Chi svolge la professione di mediatore conosce bene l’importanza sia dell’oralità come forma preferenziale del linguaggio per tentare di dirimere un conflitto, sia degli elementi di comunicazione dettati dall’inconscio. Sono espressioni vere che arrivano direttamente dal mondo interiore delle parti. A parlare è la ragione ma anche l’anima. Il mediatore coglie e valorizza parole dette e non dette dalle parti, veicolando la comunicazione sul binario del dialogo e della comprensione reciproca, facilitando così la riappacificazione.

La presunta superiorità dell’oralità del linguaggio rispetto alla scrittura è esaltata nell’antica Grecia da Socrate, il quale sceglie di non scrivere nulla e di affidarsi alla maieutica per tirare fuori il meglio dai suoi interlocutori. E’ il dialogo il miglior esercizio alla virtù, non lo studio di testi scritti. Ma è Platone, nel Fedro, a darne significativo valore attraverso il mito di Theuth.

Si narra che presso Naucrati, in Egitto, c’era uno degli antichi dèi del luogo, al quale era sacro l’uccello che chiamano ibis; il nome della divinità era Theuth. Questi inventò dapprima i numeri, il calcolo, la geometria e l’astronomia, poi il gioco della scacchiera e dei dadi, infine anche la scrittura. Re di tutto l’Egitto era allora Thamus e abitava nella grande città della regione superiore che i Greci chiamano Tebe Egizia, mentre chiamano il suo dio Ammone. Theuth, recatosi dal re, gli mostrò le sue arti e disse che dovevano essere trasmesse agli altri Egizi; Thamus gli chiese quale fosse l’utilità di ciascuna di esse, e mentre Theuth le passava in rassegna, a seconda che gli sembrasse parlare bene oppure no, ora disapprovava, ora lodava… Quando poi fu alla scrittura, Theuth disse: «Questa conoscenza, o re, renderà gli Egizi più sapienti e più capaci di ricordare, poiché con essa è stato trovato il farmaco della memoria e della sapienza». Allora il re rispose: «Ingegnosissimo Theuth, c’è chi sa partorire le arti e chi sa giudicare quale danno o quale vantaggio sono destinate ad arrecare a chi intende servirsene. Ora tu, padre della scrittura, per benevolenza hai detto il contrario di quello che essa vale. Questa scoperta infatti, per la mancanza di esercizio della memoria, produrrà nell’anima di coloro che la impareranno la dimenticanza, perché fidandosi della scrittura ricorderanno dal di fuori mediante caratteri estranei, non dal di dentro e da se stessi; perciò tu hai scoperto il farmaco non della memoria, ma del richiamare alla memoria. Della sapienza tu procuri ai tuoi discepoli l’apparenza, non la verità: ascoltando per tuo tramite molte cose senza insegnamento, crederanno di conoscere molte cose, mentre per lo più le ignorano, e la loro compagnia sarà molesta, poiché sono divenuti portatori di opinione anziché sapienti».

Ricapitolando, Socrate riconosce che la scrittura è figlia dell’oralità, con la differenza che il parlare è frutto di conoscenza soprattutto interiore ed esercizio di memoria per ciò che si vive; la scrittura è invece statica ed estranea al dialogo con l’anima, serve a richiamare la memoria ma non può sostituirla. Platone si serve della scrittura per tramandare gli insegnamenti del maestro, avendone però avuto piena memoria e conoscenza diretta. Il vero discorso è “quello che viene scritto mediante la conoscenza nell’anima di chi apprende; esso è in grado di difendersi da sé, e sa con chi bisogna parlare e con chi tacere“.

Per questo l’educazione e la formazione sono preferibili in forma orale. Tra i romani Quintiliano dedicò dodici libri alla formazione dell’oratore, ovvero al fatto che un uomo debba essere educato fin da bambino al saper parlare agli altri ed essere pronto a parlare in pubblico. E saper parlare significa in qualche modo essere filosofi. “Filosofia ed eloquenza sono unite dalla natura“, ci ricorda Cicerone. La forma orale è inoltre la più deputata alla verità. Infatti, per Quintiliano, l’oratore deve essere “un vero sapiente, irreprensibile non solo dal punto di vista etico ma anche sotto il profilo della preparazione culturale e della capacità oratoria complessiva“. L’uomo è per natura un essere socievole con la necessità continua di comunicare. Ecco perché, come afferma Fedro in risposta a Socrate, “il miglior discorso è quello vivente e animato di chi sa, del quale quello scritto si può a buon diritto definire un’immagine“.

Salvatore Primiceri

*Articolo originario pubblicato su La Fabbrica del Buonsenso >>

Per approfondire:

  • Platone, Fedro, Laterza 1998
  • Quintiliano, La formazione dell’oratore (libri I-IV), Bur Rizzoli 1997
  • Cicerone, De Oratore, Bur Rizzoli 1994

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