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Perchè dire no alla riforma costituzionale. La fine del bicameralismo perfetto in luogo del bicameralismo differenziato a causa del ridimensionamento del Senato.

(di Enrico Sirotti Gaudenzi)* – La riforma costituzionale, presentata dall’attuale Governo, si presenta come un risultato ottenuto da una maggioranza “traballante” e non come il frutto di un ponderato consenso politico che possa rispecchiare la volontà degli elettori.

La nostra Carta Costituzionale e tutte le sue modifiche, infatti, devono essere una espressione comune, condivisibile da tutti nel rispetto delle basi che regolano la convivenza civile, politica, sociale, e non una mera espressione di un indirizzo contingente di governo di alcune forze politiche che prevalgano momentaneamente su delle altre.

Ricordiamo come nel 2001 la riforma del titolo V della Costituzione, approvata da una modesta maggioranza anche se poi avallata dal referendum, è stata riconosciuta come un mero errore a causa dei numerosi conflitti che si sono venuti a creare tra le varie istituzioni.

In questo breve commento è mia cura analizzare unicamente e sinteticamente come, con la riforma costituzionale, potrebbero cambiare radicalmente la composizione ed i poteri oggi attribuiti al Senato.

È previsto, infatti, con la modifica dell’art. 57 della Costituzione, che il numero dei senatori passi da 315 membri a 100: 95 verranno eletti dalle Regioni, tra cui 74 saranno consiglieri regionali, mentre gli altri 21 saranno sindaci. I 5 rimanenti verranno nominati dal Presidente della Repubblica e rimarranno in carica 7 anni, senza possibilità di reiterazione del mandato. Ai 100 senatori si aggiungeranno i senatori a vita che saranno gli ex Presidenti della Repubblica.  Sarà poi necessaria la promulgazione di una legge che disciplini, nello specifico, i dettagli sulla modalità con cui verranno eletti i senatori provenienti dalle regioni: su questo punto, a causa della formulazione alquanto ambigua, si sono già manifestati numerosi scontri tra le forze politiche, in quanto una legge ordinaria potrebbe stabilire che, in occasione delle elezioni regionali, si renda necessario indicare la preferenza per il consigliere regionale che l’assemblea dovrà poi eleggere come suo rappresentante per il Senato.

Per questi motivi l’elezione popolare diretta verrebbe sostituita da un’elezione di secondo grado prevedendo, inoltre, che i senatori eletti con “metodo proporzionale” e in “conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri” decadano dalla loro carica nel momento in cui venga a cessare la carica elettiva regionale o locale. Il Senato, che fino ad ora veniva eletto nella sua interezza ogni cinque anni, potrebbe diventare un organo di continuo e parziale rinnovo mai sottoposto a completo scioglimento e rinnovamento.

Il nuovo Senato non potrà più votare la fiducia al Governo, prerogativa che rimarrà della sola Camera dei Deputati. I Senatori potranno interessarsi delle leggi costituzionali, delle ratifiche dei trattati UE e delle leggi elettorali e avranno funzione di raccordo tra Stato e Regioni.

Rimarranno al Senato alcune competenze esclusive: la partecipazione alla elezione di due giudici costituzionali, del Presidente della Repubblica e dei membri laici del Consiglio superiore della magistratura.

Il superamento del bicameralismo perfetto con la conseguente attribuzione alla sola Camera dei deputati del compito di concedere la fiducia al Governo è, secondo me, del tutto sbagliato, poiché il Senato sarebbe alquanto indebolito e privato della possibilità di dialogo con le rappresentanze regionali: addirittura non potrebbe intervenire in modo decisivo nell’assetto delle regioni come, al contrario si vorrebbe realizzare con la modifica alla Carta Costituzionale.  Nel nuovo Senato, infatti, non potranno esprimersi le Regioni nella loro piena essenza, ma solo delle rappresentanze locali appartenenti a partiti politici. Il tentativo di superare il bicameralismo perfetto non è concepibile, lasciando immutato ed inalterato il peso istituzionale della seconda Camera e depotenziando quello del Senato, al quale viene ridotto anche il peso che ricopriva nel procedimento legislativo.

In relazione al procedimento legislativo il nuovo Senato interverrebbe solo ed esclusivamente su alcuni settori limitati (leggi costituzionali, leggi riguardanti l’elezione del Senato e l’ineleggibilità e incompatibilità dei senatori, leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche,  referendum popolari e altre forme di consultazione di cui all’art. 71 Cost., leggi riguardanti l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, ratifiche dei trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea, leggi sull’ordinamento degli enti territoriali, ecc. ) e avrebbe la possibilità di richiedere eventuali emendamenti che possono comunque essere respinti dalla Camera col risultato di creare conflitti e di non raggiungere alcun concreto risultato (come prevede la proposta di modifica all’art. 70 della Costituzione).

La modifica del Senato si accompagnerebbe a un necessario rafforzamento di nuove funzioni relative a personale e risorse delle strutture che porterebbe inevitabilmente un aumento di costi della politica, che tale riforma vorrebbe abbattere.

Per quanto riguarda l’elezione dei senatori, possiamo notare come questi saranno eletti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri” in occasione dell’elezione dei consigli regionali o delle province autonome. Anche su questo punto la modifica appare da subito contraddittoria, in quanto il voler configurare il Senato come la camera rappresentativa degli enti territoriali avrebbe dovuto comportare l’introduzione del vincolo di mandato per i delegati regionali in luogo di una mera elezione su base regionale (come del resto è accaduto nel Bundesrat tedesco). La modifica sull’elezione dei membri del Senato, al contrario, porterebbe un rafforzamento della legittimazione dei senatori, al fine di aumentare il peso istituzionale. Una ulteriore contraddizione è offerta dal fatto che la regola della designazione in conformità alle scelte degli elettori non vale per i sindaci. Proprio per questo, rispetto a un organo che ha una componente disomogenea, al quale partecipano rappresentanti di enti territoriali con funzioni diverse, viene introdotto un nuovo elemento di disomogeneità, dato che i delegati regionali avranno una diretta legittimazione democratica alla partecipazione al Senato, mentre i sindaci non l’avranno. Se il Senato deve rappresentare anche i comuni, non si comprende come mai i componenti del Senato non debbano essere scelti tra cittadini, come si verifica per i consiglieri regionali, ma dai consiglieri regionali.

Analizzando i cambiamenti che potranno riguardare le regioni, possiamo affermare che queste risulteranno spogliate di ogni tipo di competenza legislativa, rimanendo organi privi di ogni autonomia (a parte le regioni a statuto speciale) soprattutto nel settore fiscale e finanziario. Questo comporterà senza meno una crescita del contenzioso tra Stato-Regioni con una conseguente maggiore mancanza di cooperazione tra organi centrali e periferici, in contrasto con quanto si cercò di fare con la riforma del 2001.

Proprio per questo l’intento di ridurre i conflitti tra Stato e Regioni è assolutamente irrealizzabile, in quanto le cause della conflittualità tra le istituzioni sopra indicate trova le proprie fondamenta nella mancanza di una coerente disciplina legislativa di attuazione e non nella ripartizione delle competenze per materia che, peraltro, sono difficilmente separabili in modo netto e ben definito.

In ultimo il progetto di contenere i costi relativo al funzionamento delle istituzioni deve essere equilibrato fra poteri e organi rappresentativi del corpo elettorale; diminuire il numero dei senatori, sopprimere le province e realizzare città metropolitane, sopprimere il CNEL e non tenere in considerazione gli strumenti di confronto tra le istituzioni e le rappresentanze sociali non sono metodi adeguati per mantenere la democrazia del nostro Paese.

*Enrico Sirotti Gaudenzi

Avvocato

Coordinatore regionale per i “comitati per il NO” Forza Italia Emilia Romagna

Responsabile del dipartimento giustizia Forza Italia Emilia Romagna

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