renzopiano
Ieri all’Università di Padova il celebre architetto genovese Renzo Piano ha tenuto una Lectio Magistralis nella prestigiosa Aula Galileo al Bo, la storica sede dell’università padovana. È stata l’occasione per i pochi fortunati che erano presenti di ripercorrere velocemente l’intera carriera dell’archistar genovese ma, soprattutto, di ascoltare direttamente il pensiero e la voce di uno tra i più importanti italiani viventi. […]
Chi scrive non può considerarsi un fan della prima ora del personaggio in questione; nel corso degli anni, tuttavia, ho imparato ad apprezzarne il messaggio e l’indiscutibile valore. Personalmente credo nell’architettura come arte sociale e come strumento per migliorare la qualità della vita dell’uomo; se non avessi scelto la Storia dell’Arte sarei certamente diventato uno studente di architettura. Per questo motivo ritengo molto importanti i temi toccati ieri pomeriggio nel corso della Lectio Magistralis.

Ricordiamo che la Lectio era una parte del calendario organizzato dalla Biennale Internazionale di Architettura e Premio Barbara Cappochin ed è stata subito seguita dall’inaugurazione di un’interessante mostra al Palazzo della Ragione intitolataRenzo Piano Building Workshop – Pezzo per pezzo (che durerà fino al 15 Luglio 2014).
Ed è da qui che Piano ha cominciato, specificando da subito e a più riprese nel corso della serata, che il suo lavoro è sempre stato un lavoro d’équipe dove è impossibile tenere in conto il contributo di ogni collaboratore coinvolto nell’ufficio; Renzo Piano, lo dice espressamente, parla sempre a nome dell’ufficio che porta il suo nome perché l’architettura è un lavoro corale.
Parlando di Padova, dell’Università di Galileo, della nave rovesciata del Palazzo della ragione dice di sentirsi a casa nonostante le origini genovesi e una vita passata al di fuori dei nostri confini. E a proposito del Palazzo della Ragione che ha accolto l’allestimento della mostra ci pone la prima domanda di rilievo: ha senso mostrare l’architettura in mostra? Domanda semplice ma non banale a cui Piano (e il suo ufficio) hanno cercato di rispondere in mostra dando forma ad “una sorta di sala lettura di una biblioteca del costruire”. Mai come in questo caso vale la pena di staccare gli occhi dallo schermo ed andare direttamente a vedere l’esposizione per rendersi conto di quello che intende l’architetto.
Inizia poi la vicenda autobiografica, di un giovane architetto ribelle e maleducato di origini genovesi, figlio di costruttore, che insieme ai suoi degni compari vince un concorso pubblico a Parigi nel 1971; quello che diventerà il Centre Pompidou, il centro culturale per definizione del mondo moderno. Piano racconta di aver scelto la strada del “costruir leggero” proprio in opposizione alle pratiche costruttive che informavano l’architettura di ricostruzione del dopoguerra. Un’architettura che il giovane Renzo Piano vedeva quotidianamente nei cantieri del padre. Per la prima volta nella serata Renzo Piano introduce il suo punto di vista sul pubblico parlando dei concorsi, ai quali i giovani architetti devono sempre partecipare. Più tardi Piano tornerà su questo argomento: il progetto pubblico per Piano è importante perché crea urbanità. I musei, le scuole e i luoghi di cultura sono importanti per questo motivo e “rendono le città migliori, più città”. Con i musei, dice Piano, si crea tolleranza, amore e conoscenza.
Altri spunti importanti toccati nel corso del riepilogo della sua carriera: la necessità di salvaguardare, non più i centri storici (tema in voga negli anni Settanta), ma delle periferie, nelle quali le persone vivono in condizioni antisociali di bruttezza e disagio. Poi è la volta della lotta a favore dell’energia solare che secondo Piano oggi consente di produrre energia in quantità significante. Una tecnologia che però viene ostacolata dalle lobbies dell’industria energetica tradizionale. Infine spezza una lancia a favore della dismissione dei parcheggi e della riduzione del traffico circolante. Un tema che in Italia fatichiamo ad accettare nonostante gli esempi virtuosi di Londra e di molte altre città straniere.
Piano, in poco più di un’ora, ha portato nelle aule dell’Università decine di temi di urgente attualità. I parcheggi, il progetto pubblico, i concorsi per i giovani, l’energia solare, l’architettura sociale, il museo come luogo di aggregazione, il costruire leggero ed ecosostenibile, l’eccellenza italiana. Temi per cui varrebbe la pena di continuare a parlare per settimane e per i quali varrebbe la pena di combattere ogni giorno come cittadini. Temi da cui molti italiani potrebbero ripartire per ricostruire una buona parte di quel tessuto sociale che crediamo distrutto.
Nicola Valentini

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