di Salvatore Primiceri* – Sorteggiare i parlamentari? Non è una novità. Uno dei padri della democrazia, Clistene, aveva istituito intorno al 508 a.C. ad Atene la “Boulé”, una sorta di camera parlamentare composta da cinquecento membri, sorteggiati tra i residenti nell’ordine di cinquanta per ogni tribù. La guida del consiglio ruotava mensilmente per ogni tribù. Ogni giorno un membro della tribù a cui spettava la presidenza di turno veniva estratto a sorte per presiedere le riunioni. Compito del presidente era anche quello di mettere ai voti le proposte.
Dopo il sorteggio i componenti della Boulé non entravano immediatamente in carica ma erano “messi alla prova” per un breve periodo (dokimasia) dai membri in carica e poi sottoposti a giuramento.Ogni cittadino poteva quindi avere le medesime possibilità di tutti gli altri per ricoprire un ruolo istituzionale grazie al metodo del sorteggio. Il sorteggio azzerava le differenze che, invece, avrebbero giocato un ruolo importante in una eventuale competizione elettorale.
Ma, quali erano i compiti della Boulé? Ad essa spettava l’attività di proposta ed elaborazione dei testi di legge da sottoporre poi all’approvazione dell’assemblea generale. Inoltre, la Boulé curava le relazioni estere; vigilava sulla sicurezza della città e controllava l’esercito. Aveva il controllo preventivo (docimasia), la vigilanza e il controllo successivo o rendiconto (euthyna) sull’operato dei magistrati. La Boulé gestiva inoltre le finanze pubbliche e curava il bilancio.
Se la Boulè rappresentasse un organo giusto per il solo fatto di essere composto da cittadini sorteggiati di ogni estrazione sociale e culturale la risposta fu negativa, almeno per Socrate.
Nel celebre dialogo platonico del “Gorgia“, Socrate dialoga con Polo narrandogli un episodio significativo. Un giorno Socrate fu sorteggiato presidente di turno della Boulé ma il suo compito fu molto difficile. Bisognava discutere il processo di alcuni strateghi, ritenuti colpevoli della morte di numerosi naufraghi dopo la vittoria conseguita durante la battaglia delle Arginuse, combattuta durante la guerra del Peloponneso. Ad Atene la gioia del successo in battaglia lasciò ben presto spazio alla rabbia per la morte dei tanti componenti della flotta ateniese. Nella Boulé, il giorno in cui Socrate era presidente, alcuni membri (tra cui il più agguerrito era il politico Calisseno) spinsero fortemente per processare i presunti colpevoli presentando una mozione, quasi certamente incostituzionale, per far emettere immediatamente all’assemblea un verdetto di innocenza o colpevolezza. Socrate si rifiutò di mettere ai voti una simile proposta di giustizia sommaria. Nel raccontare questo episodio a Polo, Socrate si cosparge della solita autoironia, minimizzando quel che era stato un gesto di coraggiosa opposizione: “Ho dovuto mettere ai voti le proposte, ma non ero capace di chiedere i voti, e facevo ridere“. Questa presunta incompetenza del meccanismo di voto era in realtà un rifiuto del grande filosofo per l’ingiustizia, soprattutto se esercitata dal potere politico, il cui fine è quello di occuparsi del bene dei cittadini. Uno dei capisaldi dell’etica socratica è, infatti, che l’ingiustizia è meglio subirla piuttosto che praticarla. Per questo Socrate evitò il più possibile di ricoprire cariche pubbliche.
Torniamo ad oggi. Un sorteggio dei parlamentari curerebbe davvero i mali della democrazia, tra i quali, primo fra tutti, la produzione di ingiustizia attraverso la retorica dell’adulazione e l’esercizio del potere a fini utilitaristici?
Vista l’esperienza del povero Socrate, capitato per sorteggio proprio nel giorno in cui si doveva decidere la condanna di persone innocenti, forse è il caso di pensarci un po’.

Salvatore Primiceri

*Articolo originale su www.buonsenso.eu

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