evoluzione(di Giulio Perrotta) Pietro Buffa, il noto biologo molecolare, autore de “I geni manipolati di Adamo” (Unoeditori), ci aiuterà a capire meglio i confini tra realtà e fantasia, in tema di anello mancante e probabile origine della razza umana.

Buongiorno Pietro. Grazie per essere tornato a parlare con noi sui temi caldi del tuo lavoro. Riprendiamo dunque il discorso dove l’ultima volta l’avevamo interrotto: perché si parla di anello mancante?

Buongiorno a te Giulio. L’aspetto centrale che Charles Darwin aveva proposto a fondamento della filogenesi, ovvero il gradualismo filetico, non trova rispondenza nel processo di ominazione. L’evoluzione umana si presenta infatti come un processo in cui, a brevi periodi caratterizzati da “bruschi cambiamenti” alla base della comparsa di forme ogni volta riorganizzate nell’anatomia e con livelli di encefalizzazione crescenti, si interpongono periodi in cui i cambiamenti diventano pressoché nulli (bradytely). Questa dinamica della nostra filogenesi è messa in evidenza proprio da una mancanza di “fossili di transizione”, ovvero di passaggi intermedi nella documentazione fossile in grado di mettere in rilievo una gradualità del processo evolutivo. Pensiamo ad esempio a quel momento cruciale della nostra storia biologica in cui si determinò il passaggio da creature umane arcaiche (pensiamo a Homo erectus) a moderne. Questo importante passaggio, che prende il nome di “transizione arcaico-moderna”, costituisce ancora motivo di accesi dibattiti non solo perché sembrerebbe aver avuto luogo non in una bensì in diverse parti del pianeta ma anche perché rappresenta un passaggio molto brusco (e privo di gradualità) verso la condizione umana più moderna. Qualcosa di cruciale è sicuramente avvenuto, siamo nel Pleistocene medio ma i reperti fossili non sono così loquaci nel farci comprendere a quali esigenze adattative questa brusca trasformazione avrebbe dovuto rispondere. Ancora oggi è viva la speranza di trovare fossili in grado di colmare certi “vuoti paleoantropologici” ma ci chiediamo, fino a che punto possiamo ancora sperare di rinvenire tali reperti prima di arrenderci all’idea che questi potrebbero anche non esistere?

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Il DNA “spazzatura” nasconde informazioni sulla nostra evoluzione? Certamente. Il consorzio internazionale ENCODE che sta lavorando allo sviluppo di una vera e propria “enciclopedia del DNA umano”, parla del DNA non codificante (un tempo definito “spazzatura”) come di una “giungla di informazioni” ancora in gran parte da scoprire. Ewan Birney, ricercatore capo all’European Bioinformatics Institute di Cambridge, definisce il DNA non codificante addirittura sede di “tesori ancora nascosti”. Oggi sappiamo che diversi geni presenti nel genoma umano sono presenti anche nel genoma di diverse scimmie antropomorfe. Quello che però sta emergendo è che, molto spesso, le differenze che cerchiamo tra noi e le scimmie non stanno nei geni, come spesso si immagina, ma in particolari regioni del DNA non codificante che mostrano un potere enorme, quello cioè di controllare il funzionamento dei geni negli esseri viventi. Questi elementi regolativi del genoma sono tantissimi e cominciamo a notare come, nella nostra specie Homo sapiens, ci sia stato un forte cambiamento di queste regioni di “controllo” che hanno quindi avuto un ruolo direi fondamentale nella nostra filogenesi. Il DNA ha ancora molto da rivelarci.

Grazie Pietro per il tuo intervento. In ogni momento siamo a tua disposizione. Grazie a te e alla redazione dell’altra pagina. Un caro saluto a tutto il pubblico che mi segue con tanto affetto e tanta stima.

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