Le recenti dichiarazioni di Rosi Bindi, Presidente del Partito Democratico, sul tema dell’accesso al matrimonio civile per le coppie formate da persone dello stesso sesso offrono un ulteriore tassello di riflessione su un tema assai più generale, quello del posizionamento strategico politico del maggiore partito di centro sinistra all’interno del dibattito sul tema dei diritti e del riconoscimento della dignità e dell’uguaglianza delle persone lgbt nel nostro paese.

Ad oggi migliaia di persone gay e lesbiche italiane costituiscono già nuclei familiari (anche con figli), ma viene loro impedito di regolamentare il proprio rapporto. Il riconoscimento pubblico della dignità della loro affettività, un’assenza di regime patrimoniale di coppia concordato, l’eredità, la previdenza sociale e la reversibilità della pensione, le tutele e garanzie per il partner debole in caso di separazione, il riconoscimento del rapporto di coniugio per il partner extracomunitario sposato all’estero, la parità con le altre coppie nelle graduatorie occupazionali e nei concorsi pubblici, i diritti sul lavoro come congedi parentali e lavorativi, la costituzione di imprese familiari, l’assistenza ospedaliera e quella per il partner detenuto; le decisioni relative alla salute in caso di incapacità, la successione nel contratto d’affitto e il diritto di permanenza dell’abitazione comune nel caso di morte del partner contraente, gli sconti famiglia e così via, sono solo alcuni aspetti che vengono orrendamente negati alle persone omosessuali che vivono già la propria dimensione di famiglia. Una dimensione, però, che si ferma sul piano privato, intimo, privata di dignità pubblica e delle tutele riconosciute dal nostro ordinamento giuridico.

Un documento, come quello votato dall’Assemblea nazionale del PD e sostenuto dal suo Presidente, offende la dignità delle persone lgbt e quella di tutti quanti.

Un diritto, come quello al matrimonio civile, è un diritto di civiltà collettivo, che risiede in una prospettiva più generale: cosa vogliamo rappresentare? Chi vuole rappresentare il Partito Democratico? Che tipo di società vuole costruire il maggiore partito del centro sinistra? A partire da quali fondamenta?

Un documento che balbetta e che si affida all’anacronistica visione del riconoscimento di “diritti individuali”, ignorando il riconoscimento del diritto di sposarsi e di formare una famiglia, tutelata dalla leggi vigenti, per le persone dello stesso sesso, è destinato a segnare una frattura spaventosa nel processo di costruzione di un percorso democratico, progressista e avanzato sul piano dei diritti.

Il movimento lgbt italiano, dopo quarant’anni di storia, non è più disposto a scendere a compromessi, a mediare al ribasso, a contrattare documenti o posizioni arcaiche palesemente discriminatorie e non è più disposto a sostenere partiti che pongono la questione dei diritti subordinata ad altre tematiche sociali. Una società fondata sui privilegi e sulla discriminazione è destinata a soccombere e a sgretolarsi, proprio perché a partire dal riconoscimento della parità e dell’uguaglianza di fronte al diritto è possibile raggiungere obiettivi e costruire consenso. Il Partito Democratico non è solo Rosi Bindi, non è solo Fioroni, il Partito Democratico possiede anche una larga base critica, territoriale, la quale conduce, lontano dai riflettori, battaglie di contrasto al fenomeno dell’omofobia e che ragiona sui diritti, assieme al movimento lgbt.
Occorre una forte presa di posizione, occorre un segnale deciso. La base dirigente locale è chiamata ad un posizionamento senza indugi, senza ambiguità. Anche di opposizione ad una visione lontana anni luce dai processi democratici che altri paesi e partiti europei stanno mettendo in atto, in tema di diritti.

Dal basso occorre ricostruire nuove metodologie, nuovi approcci e determinare un nuovo posizionamento della classe dirigente nazionale, anche utilizzando quelle forme assembleari, che un tempo rappresentavano il cuore pulsante della politica.

Questo è un appello che il Comitato provinciale pavese di Arcigay fa alla classe dirigente politica del Pd di Pavia. Arcigay chiede chiarezza, come associazione che interloquisce con la politica e con i partiti, in qualità di associazione che proprio qui a Pavia e nella sua provincia raccoglie migliaia e migliaia di iscritti, i quali rappresentano una città in cui i numero di tesserati Arcigay è pari quasi a 1500 soci residenti!

Urge una riflessione seria, urge un dibattito locale e provinciale di confronto e di costruzione di prospettive autentiche. Il Comitato provinciale Arcigay di Pavia invita il Partito Democratico di Pavia a discutere in un’assemblea pubblica la sua posizione, sollecitando una presa di distanza dal documento proposto e votato in sede nazionale e invita i dirigenti locali a definire una propria visione, chiara e ferma, sul tema del matrimonio civile tra persone dello stesso sesso.

Giuseppe Eduardo Polizzi
Arcigay Pavia

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