di Stefano Bassi – Nel primo trimestre del 2018 sono stati avviati circa 70.000 procedimenti di mediazione. Di questi il 50% vede la parte invitata presentarsi al primo incontro e di questi il 43,7% si conclude con l’accordo raggiunto.

Scorrendo i dati del Ministero della Giustizia troviamo conferma che vi è una notevole differenza di performance tra gli organismi pubblici e quelli privati. In realtà è corretto specificare che tra gli organismi pubblici gli unici a peggiorare il dato sono quelli riferenti agli ordini degli avvocati. Gli organismi delle Camere di Commercio, invece, al pari di quelli privati, registrano ottimi indici di qualità e affidabilità con un tasso di definizione delle procedure di mediazione che si attesta intorno al 50%. Per gli organismi degli ordini degli avvocati, purtroppo, il tasso di definizione scende al 38%. La domanda è sempre la stessa: siamo sicuri che aver dato la mediazione in mano agli avvocati sia stata una scelta giusta o, meglio dire, efficace?
Ricapitoliamo in estrema sintesi le puntate precedenti. Nel 2010 viene disciplinata la mediazione civile e definita la figura del mediatore civile, il quale nella visione del legislatore deve essere un terzo imparziale con preparazione multidisciplinare, capace di accompagnare le parti in un percorso di avvicinamento delle rispettive posizioni utilizzando tecniche di negoziazione e comunicazione che sappiano all’occorrenza “mettere da parte” la lettera del diritto.
Gli avvocati si sa, non tutti riescono a uscire dal dettato giuridico e analizzare il conflitto in modo più ampio, oltre le ragioni e i torti. Per questo la stragrande maggioranza di essi ha iniziato a osteggiare con accesa passione la mediazione civile additandola come portatrice di costi, di inefficienze e, in particolare, colpevole di portar via loro il lavoro.
Il mediatore, il quale non deve essere obbligatoriamente laureato in legge, viene per questo da loro visto come un “inesperto” da cui non varrebbe la pena recarsi. Iniziano così la loro battaglia a suon di ricorsi per presunta incostituzionalità della mediazione e altri tentativi di ostruzionismo alla crescita dell’istituto.
Risultato? Dopo anni di lotte, le successive modifiche alla legge sulla mediazione hanno consentito agli avvocati di essere mediatori di diritto. In più le parti in mediazione devono essere assistite obbligatoriamente da avvocati (per le materie art.5) e gli avvocati, con la loro firma sull’eventuale accordo, danno efficacia esecutiva allo stesso.
Insomma, un ruolo centrale e influente, frutto di compromessi politici e capace di determinare le sorti dell’istituto della mediazione. Sono numerosissime le segnalazioni che giungono dagli organismi riguardo a presunti comportamenti non collaborativi da parte di avvocati nel corso di procedimenti di mediazione facilmente definibili. Di questo se ne sono accorti i giudici i quali hanno incrementato notevolmente il ricorso alla “mediazione demandata”, ovvero imporre alle parti in giudizio e ai rispettivi avvocati di andare a svolgere seriamente un tentativo di mediazione prima di riproporsi in tribunale (il 92% delle demandate è per improcedibilità, in sostanza avvocati che non avevano rispettato la condizione di procedibilità che obbliga al tentativo di mediazione prima di avviare la causa).
Il neo ministro della giustizia Alfonso Bonafede, anch’egli avvocato, sta valutando ipotesi di riforma dell’istituto. Finora si è limitato ad una valutazione generica su quali materie funzionino meglio in mediazione e quali no, ma c’è da aspettarsi qualche iniziativa più articolata nel corso del suo mandato. Proviamo, se il ministro vorrà leggerli, a dargli qualche suggerimento.
In particolare:
– il rapporto attualmente esistente tra organismi degli ordini degli avvocati e gli organismi privati è in palese concorrenza sleale a favore dei primi, i quali però, stando ai dati ministeriali, concorrono alla riduzione dell’efficienza dell’istituto. Occorre trovare formule di riequilibrio e elevare la qualità del servizio.
– abolire l’obbligo di assistenza legale per le parti in mediazione. Nelle mediazioni volontarie dove già non è obbligatorio farsi assistere da un avvocato l’85% delle persone sceglie ugualmente l’assistenza legale. Ciò significa che le parti preferiscono comunque in generale avere di fianco un avvocato senza che ve ne sia un obbligo espresso per legge.
– abolire la norma che prevede gli avvocati mediatori di diritto. Permettere agli avvocati seriamente motivati a specializzarsi anche in mediazione di seguire un percorso di formazione serio che fornisca loro le adeguate competenze a svolgere la professione di mediatori. Inoltre è necessario che vengano previsti corsi di assistenza legale in mediazione anche sotto il profilo deontologico.
Per concludere: la mediazione non funzionerà meglio dando potere agli avvocati (come nell’ipotesi funesta di rendere alternativa la scelta tra mediazione e negoziazione assistita), funzionerà meglio rendendo gli avvocati preparati alla mediazione, sia tecnicamente che culturalmente. Ne beneficeranno tutti, cittadini e avvocati stessi.

Stefano Bassi

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