patataIl 9 settembre scorso, la Commissione Europea ha inserito, tra le DOP (Denominazioni di Origine Protetta) anche la patata novella di Galatina. Nel Regolamento di esecuzione del 2015 n. 1577, infatti, si legge all’art. 1 “La denominazione patata novella di Galatina (DOP) è registrata”. La suddetta denominazione identifica un prodotto appartenente alla classe dei prodotti ortofrutticoli trasformati di cui all’allegato XI del regolamento di esecuzione UE n. 668/2014 della Commissione.

Ma, in sostanza cosa è una DOP e qual è la procedura per ottenere tale denominazione?

Le DOP (Denominazioni di Origine Protetta) rientrano tra quei marchi definiti marchi collettivi di origine. Questa denominazione viene concessa dall’Unione Europea quando le caratteristiche qualitative di un prodotto agroalimentare derivano dall’ambiente geografico di origine. Quando cioè l’ambiente, il clima, le persone che vi lavorano, le risorse impiegate per produrre, le tecniche usate, incidono sulle caratteristiche specifiche del prodotto originario di un’area geografica determinata. Per ottenere la DOP ogni singola fase di produzione deve essere realizzata proprio in tale area. Esempi di prodotti a marchio DOP nel nostro Paese: l’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena, il Parmigiano Reggiano, la Mela Val di Non, il Basilico Genovese e da oggi anche la Patata Novella di Galatina, ma di esempi ne esistono molti altri.

Dal 2010 la DOP, comprende la dicitura DOCG, la Denominazione di Origine Controllata e Garantita e la DOC (Denominazione di Origine Controllata).

Secondo il regolamento comunitario n. 510/2006 che ha sostituito il regolamento CE 2081/1992, con cui vennero istituiti i marchi collettivi di origine:

« […] Si intende per «denominazione d’origine», il nome di una regione, di un luogo determinato o, in casi eccezionali, di un paese che serve a designare un prodotto agricolo o alimentare originario di tale regione, di tale luogo determinato o di tale paese, la cui qualità o le cui caratteristiche sono dovute essenzialmente o esclusivamente ad un particolare ambiente geografico, inclusi i fattori naturali e umani, e la cui produzione, trasformazione e elaborazione avvengono nella zona geografica delimitata. »

Pertanto, secondo tale definizione, perchè un prodotto ottenga la DOP, le fasi di produzione, quelle di trasformazione ed elaborazione devono essere tutte realizzate in un’area geografica ben definita.

Gli imprenditori che intendono utilizzare il marchio DOP, devono rispettare i rigidi disciplinari tecnici, sulla cui deferenza vigilano gli organismi che hanno promosso la domanda di registrazione del marchio collettivo.

A differenza del marchio d’impresa individuale, il marchio collettivo, dunque, non si riferisce ai prodotti di un’impresa, nel senso che non ha la funzione di identificare l’origine commerciale del prodotto/servizio, bensì quella di garantire la provenienza geografica, la qualità e la natura di un prodotto/servizio. La registrazione di un marchio collettivo non può essere richiesta da un imprenditore privato singolo, ma da “associazioni”, ad esempio quelle di produttori o di trasformatori che trattano il medesimo prodotto agricolo o il medesimo prodotto alimentare (art. 5 Regol. CE n. 510/2006) e che hanno il compito di vigilare perché vengano rispettati gli standard qualitativi specifici relativi al prodotto/servizio per cui si richiede l’ acquisizione del marchio collettivo, concedendo l’uso del marchio collettivo ottenuto agli imprenditori che lo richiedono e che si impegnano a controllare anche il corretto utilizzo del marchio collettivo, una volta ottenuto. I livelli qualitativi richiesti, ai fini del conseguimento del marchio collettivo, possono riguardare la provenienza geografica del prodotto, la composizione, specifiche modalità di produzione ecc. Il marchio collettivo deve essere utilizzato per distinguere i prodotti e i servizi dei membri dell’ associazione che ne ha richiesto la registrazione da quelli di altre imprese.

Si può dire quindi che, mentre la funzione di un marchio d’impresa è quella di permettere prima facie al consumatore di individuare l’origine commerciale del prodotto/servizio su cui esso è apposto, il compito del marchio collettivo è invece quello di garanzia di qualità agli occhi del consumatore.

Il Regolamento sul marchio comunitario richiede il rispetto di regole precise in fatto di marchio collettivo. Ad esempio, quando si richiede la registrazione di un marchio collettivo, oltre alla documentazione che viene ordinariamente presentata per richiedere la registrazione del marchio d’impresa tradizionale, è necessario, a pena di rigetto della domanda, allegare il cosiddetto disciplinare tecnico, ovvero quell’insieme di norme che descrive l’utilizzo del marchio, le condizioni per appartenere all’associazione, le sanzioni, specificando anche chi sono coloro che vigilano sul rispetto di tale regolamento d’uso (art. 67 Reg. CE 207/2009).  Le autorità che si occupano di controllare il rispetto del disciplinare devono fornire adeguate garanzie di obiettività ed imparzialità, impiegare personale qualificato e idonee risorse necessarie allo svolgimento delle loro funzioni.

La domanda deve essere presentata solo in relazione a quei prodotti agricoli o alimentari che l’associazione, che richiede l’ottenimento della DOP, produce o elabora. La domanda di registrazione va proposta allo Stato membro sul cui territorio si trova la zona geografica di riferimento. Lo Stato membro, esaminata la domanda di registrazione, qualora ritenga che i requisiti richiesti dal regolamento europeo siano soddisfatti, accoglie la domanda e trasmette alla Commissione Europea la documentazione perché essa possa esprimersi definitivamente.

L’associazione o l’ente che si occupa di sorvegliare il rispetto del regolamento e l’uso del marchio collettivo e che, una volta registrato, diventa il titolare del marchio collettivo, ha il diritto di intervenire, per conto degli associati in azioni di contraffazione, richiedendo il risarcimento del danno in favore di coloro che, abilitati a servirsene, hanno subito danni in conseguenza dell’uso non autorizzato.

In Italia, il decreto legislativo n. 297/2004, indica all’art. 11 il «Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali come l’autorità nazionale preposta al coordinamento dell’attività di controllo» e alla vigilanza della stessa, «l’attività di controllo […] è svolta da autorità di controllo pubbliche designate e da organismi privati autorizzati con decreto del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, sentite le Regioni».

Sono previste delle sanzioni nei casi di mancato rispetto del disciplinare di produzione e di inadempimento degli obblighi da parte delle organizzazioni preposte al controllo.

Un altro marchio collettivo di origine è anche l’IGP (Indicazione Geografica Protetta), un marchio che viene attribuito a quei prodotti agricoli e alimentari, le cui caratteristiche proprie sono ottenute grazie alla provenienza del prodotto da una specifica zona geografica. Per ottenere l’IGP, almeno una delle fasi produttive, deve avvenire in un’area geografica determinata, ma non necessariamente tutte le fasi, come invece risulta necessario per ottenere le DOP. Alcuni esempi di prodotti IGP: l’Arancia Rossa di Sicilia, la Bresaola della Valtellina, il Carciofo Brindisino.

Il marchio STG (Specialità Tradizionale Garantita) si riferisce, invece, a prodotti agricoli e alimentari che, anche se non prodotti necessariamente in una determinata area geografica, abbiano comunque acquisito una caratteristica specifica legata alla tradizione di quel posto, connessa al metodo di produzione o alla composizione. I prodotti che in Italia hanno conseguito il marchio STG sono al momento solo due: la Pizza Napoletana e la Mozzarella STG.

Annalisa Spedicato

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