Ivan GiordanoIl dott. Ivan Giordano, Giurista dell’economia e dell’impresa, Responsabile dell’Organismo ICAF, Direttore Scientifico di “Accordo Possibile”, risponde alle domande che gli imprenditori hanno rivolto alla rubrica. Abbiamo selezionato tre quesiti ritenendoli rappresentativi dell’attuale situazione economica.

Sono un imprenditore del settore Edile e opero abitualmente in subappalto. Ho edificato per conto di società immobiliari interi residence turistici in Sardegna. Negli ultimi anni il mercato ha avuto una forte contrazione e le banche, essendo la mia  società è una srl uni-personale, per erogare finanziamenti e rinnovare fidi mi hanno chiesto di non prelevare utili, portandoli a nuovo e incrementando il “patrimonio netto”, circostanza che mi ha consentito di evitare il rilascio di fidejussioni personali. Le società immobiliari mie clienti, che per anni hanno dimostrato serietà, solidità patrimoniale e capacità di accesso al credito, oggi sono in grande difficoltà finanziaria e mi hanno pagato con permute di beni immobili. Pur non avendo crediti inesigibili (in quanto trasformati in immobili) e disponendo di patrimonio, oggi non ho liquidità e rischio di perdere tutto se il mio patrimonio venisse aggredito dai creditori, che attendono che onori i miei debiti. Posso tutelarmi avviando un procedimento di mediazione civile?

Si tratta della paradossale situazione nella quale si trova un’azienda che per anni ha adottato una politica di investimento, di crescita del patrimonio aziendale (e non  di quello personale dell’imprenditore a discapito dei creditori) e di reinvestimento degli utili societari. Oggi tale forte patrimonializzazione può pagare il prezzo di una scarsa liquidità, e quando il patrimonio aziendale è costituito da beni che difficilmente si possono rendere liquidi in tempi rapidi e con risultati economici favorevoli (in questo momento storico, tipicamente, gli immobili) i titolari di crediti “liquidi, certi ed esigibili” nei confronti della società, possono aggredire il patrimonio aziendale. Tuttavia questo apparente automatismo è tutt’altro che di semplice applicazione. Le procedure esecutive infatti dimostrano come troppo spesso il valore di bilancio dell’attivo patrimoniale non trovi poi effettivo riscontro negli esiti delle vendite giudiziarie, con il conseguente oggettivo ridimensionamento delle aspettative dei creditori che spesso, se non “privilegiati”, debbono ridurre od annullare i propri benefici economici in esito ad una procedura fallimentare che ha generato costi e attese in termini di tempo.

Ecco che la prospettiva di una soluzione rapida e certamente più economica quale l’individuazione di possibili soluzioni tramite l’intervento di un mediatore professionista terzo ed imparziale, se da un lato richiede elasticità mentale da parte dei soggetti coinvolti, dall’altro rappresenta una straordinaria opportunità.

Per le banche sapere che l’azienda è vulnerabile in quanto aggredibile dai vari creditori, rappresenta un rischio elevato rispetto al rinnovo di fidi o al rilascio di finanziamenti chirografari. Tuttavia anche l’apertura di linee di credito previo rilascio di garanzia ipotecaria, necessitano per gli istituti di credito della dimostrazione della capacità di rimborso del prestito.

Si renderebbe quindi strategica da parte dell’imprenditore la chiamata in mediazione di finanziarie, banche, fornitori e creditori in generale allo scopo di individuare in via preventiva soluzioni conciliative creative, diverse da qualsivoglia possibile sentenza in sede giudiziale e finalizzate a non mortificare il patrimonio aziendale in azioni esecutive dalle quali potrebbero evincersi risultati inidonei a soddisfare gli interessi dei creditori, garantendo così la continuità aziendale.

L’assenza di possibili contenziosi e la gestione consapevole dei debiti aziendali consentirebbe inoltre all’azienda di migliorare il proprio rating bancario e la propria capacità di accesso al credito.

Sono socio accomandante di una sas. La società opera nel settore della ristorazione e sta affrontando momenti di grande difficoltà. L’idea imprenditoriale del socio accomandatario è ottima e il ristorante è noto ed apprezzato. Gli aumenti di capitale sociale effettuati in questi anni su consiglio delle banche non bastano più per i rinnovi dei fidi e delle linee di credito da parte dei fornitori. L’unica strada che pare percorribile è il contenimento dei costi, che significa diminuzione drastica della qualità, circostanza che comporta un’inevitabile perdita di valore dell’azienda e quindi dell’avviamento, vanificando anni di investimenti. E’ tipica degli imprenditori titolari di aziende nel settore della ristorazione l’ambizione di cedere nel tempo la propria azienda ottenendo un “capital gain” capace di premiare la propria abilità nell’aver reso l’azienda stessa capace di produrre reddito. Come può la mediazione civile consentire di anticipare questa inevitabile crisi d’impresa?

Gli aumenti di capitale sociale sono “iniezione di ottimismo” da parte dell’imprenditore nella propria azienda, certamente visti dal mondo bancario con favore. Purtroppo non sempre sono sufficienti o non garantiscono le adeguate coperture finanziarie sul medio-lungo periodo. La pianificazione aziendale e gli investimenti di un imprenditore, tuttavia, non possono pagare il prezzo di una “miopia” gestionale che renderebbe l’azienda meno competitiva. Nel caso specifico il contenimento dei costi e quindi degli investimenti, apparentemente una scelta di buon senso che ogni imprenditore dovrebbe porre in atto in momenti congiunturali e di crisi, potrebbe generare un effetto boomerang sul posizionamento competitivo in una fascia di alto standing. Ecco  come tale scelta potrebbe, nel breve/medio periodo, manifestarsi strategicamente fallimentare. Occorre un nuovo “business plan” associato ad una rivisitazione dell’idea imprenditoriale, associata a sua volta all’implementazione delle strategie aziendali tramite un diagramma di Gantt, affinché tale progettazione sia sostenibile e credibile. Ma i “players” fondamentali sono i terzi soggetti con cui l’imprenditore si relaziona, e i cui rapporti generano debiti e crediti per l’azienda. E’ con loro che devono essere rinegoziate tutte le condizioni contrattuali, sono loro che devono credere nel nostro business. Questo non può certo avvenire rappresentando ad essi un temporaneo momento di difficoltà senza concrete prospettive di crescita e sviluppo, e se questo nuovo business è sentito da parte dell’imprenditore, non serviranno nuovi e formali aumenti di capitale ma eventualmente la disponibilità al rilascio di garanzie personali che, ragionevolmente, non saranno mai esercitate. Avviando quindi in concerto procedimenti di mediazione finalizzati alla chiamata di tutti i players che possono generare il successo della nostra azienda ma anche, purtroppo, il possibile fallimento, possiamo generare una nuova leva di successo. E’ fondamentale, tuttavia, anticipare i tempi e reagire ai cambiamenti aziendali che la crisi, inevitabilmente, impone.

Questo consentirebbe un rilancio dell’azienda, il mantenimento della posizione competitiva di alto standing e la conservazione del valore economico della stessa, che attiene a dinamiche di bilancio non necessariamente legate alla sola variabile di fatturato.

L’azienda di famiglia, una snc con soci mia moglie e miei due figli, produce da anni semilavorati tessili in Brianza. Abbiamo sempre gestito la società in modo indistinto dal nostro patrimonio personale sentendola una vera e propria “nostra emanazione”. E’ cresciuta con noi e noi siamo cresciuti con lei. Ci ha consentito di vivere dignitosamente per tre generazioni. La delocalizzazione delle aziende tessili in paesi a basso impatto dei costi di manodopera ha generato una forte contrazione dei nostri fatturati. Tuttavia leasing e finanziamenti con piano di ammortamento pluriennali hanno continuato a generare rate mensili sempre meno sostenibili, il magazzino sta straripando e si svaluta di anno in anno, dovremmo investire in tecnologia per essere concorrenziali ma le banche hanno applicato una “stretta creditizia” che non consente di effettuare investimenti. Negli anni abbiamo prelevato denaro ed effettuato finanziamenti soci senza il rigore tipico delle società di capitali, e oggi se dovessimo subire istanze di fallimento da parte dei creditori, alcuni consulenti ci hanno allertato sul fatto che potrebbero configurarsi anche i presupposti della “bancarotta documentale”. Siamo preoccupati perché per anni abbiamo onorato i nostri debiti e vorremmo continuare a farlo. La mediazione civile ci può consentire di gestire tutti i rapporti con fornitori e finanziatori in modo da evitare possibili drammatiche conseguenze?

A prescindere dalla forma giuridica, quando la crisi attanaglia aziende di impostazione familiare l’eco degli effetti di tale situazione si amplifica nei drammi delle relazioni interpersonali e della storia aziendale. E’ inevitabile che situazioni come quella descritta, che nascono dalla buona fede dell’imprenditore e dalla sua naturale predisposizione alla sostanza spesso a discapito della forma, possono degenerare in scenari che l’imprenditore stesso, nella sua onestà intellettuale, non avrebbe mai preso in considerazione.

La sostanziale “confusione” patrimoniale fra i beni famigliari e i beni aziendali sono una circostanza, sebbene inopportuna e non conforme alle norme vigenti, quanto più frequente.

L’imprenditore nel caso di specie ha con lucidità individuato una possibile via di uscita, una possibile soluzione ai problemi, che transita attraverso l’innovazione degli impianti e dei processi aziendali.

Dal canto dei fornitori, l’aggressione del patrimonio personale dei soci, ancorché possibile, non può ritenersi né rapida né agevole, esistendo il “principio della preventiva escussione del patrimonio aziendale”. Ecco quindi che i creditori dovrebbero avventurarsi in un articolato procedimento che potrebbe generare i possibili ma non certi effetti positivi anche dopo svariati anni in sede giudiziale. Tale situazione non genererebbe “vincitori e vinti” ma, lo insegnano i fatti, solo “vinti”.

Questo le banche e i finanziatori lo sanno bene, ma non possono rimanere inerti innanzi all’inerzia dell’imprenditore. Occorre quindi una strategia attiva, che veda l’imprenditore protagonista nella gestione della situazione di insolvenza prima che degeneri in uno stato fallimentare o che possa attivare responsabilità non solo sul piano civile ma anche sotto il profilo penale, con la conseguente impossibilità, di fatto, di poter avere un futuro con banche ed enti finanziatori.

La condivisione delle proprie criticità con i soggetti che potrebbero subirne conseguenze dannose rappresenta un’opportunità straordinaria per affrontare con un’impostazione “win-win” i rapporti con i creditori, in concerto o individualmente, tramite la mediazione civile, innanzi ad un mediatore professionista esperto in dinamiche legate alla gestione delle crisi aziendali e in risanamento aziendale.

Questo consentirebbe all’azienda di investire in innovazione magari condividendo il proprio business con fornitori e finanziatori, in una visione nuova ed avanguardistica del “fare impresa”, più competitiva e dinamica, allargando la propria mission e magari anche la compagine sociale, ipotizzando reti d’impresa, joint venture, partecipazioni al business. La mediazione civile consente così all’imprenditore di trasformare un problema in opportunità.

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