di Salvatore Primiceri* – Capita spesso di voler rispondere di no alle richieste che ci provengono dagli altri ma di non riuscirci. Si chiama “eccesso di riguardo” o “riguardosità“, una sorta di accondiscendenza verso l’altro che eccede la semplice buona educazione. In questi casi riconosciamo benissimo e istantaneamente il “pericolo” derivante dal dire sì ad una richiesta altrui a cui avremmo voluto dire no, tant’è che, dentro di noi, ce ne pentiamo nell’atto stesso del consenso. Eppure non riusciamo a svincolarci in tempo utile. Come mai?

Spesso un sì al posto di un no verso persone che avanzano richieste eccessive, magari accompagnate da furbizia, sfacciataggine e arroganza, è causa di molti disagi e danni futuri.

Plutarco, nel suo trattato morale sulla riguardosità, afferma che essa è una debolezza d’animo che va condannata anche se, nel suo intento positivo deriva da un timore di entrare in conflitto con gli altri, da un desiderio di armonia. Chi non sa dire di no è spesso una persona impreparata a reagire istintivamente alle azioni in malafede degli altri e non usa le protezioni della diffidenza, della prudenza e della ragione. E’ una forma di vergogna, di timidezza, di fiducia che porta persino a ossequiare i propri nemici, pur riconoscendoli come tali.

La riguardosità finisce spesso con l’essere causa di sfruttamento e cattiveria altrui. Occorre quindi difendersi. Come? Plutarco spiega che è semplicemente questione di esercizio. Innanzitutto non dobbiamo avere paura o timori riverenziali verso qualcuno, soprattutto quando ci avanza richieste e inviti del tutto discordanti con le nostre idee o eccessivi nella pretesa. Nella quotidianità è opportuno allenarsi partendo dalle piccole cose.

Se, per esempio, durante un banchetto uno propone un brindisi alla tua salute, ma tu hai già bevuto abbastanza, non farti riguardi e, senza forzare te stesso, posa il bicchiere”.

Supponiamo ancora che tu sia incappato in un chiacchierone, che ti blocca e ti si appiccica: non farti riguardi, taglia corto, accelera il passo e porta a termine quello che avevi stabilito di fare”.

Come ci comporteremmo nelle occasioni importanti, ci domanda Plutarco, se non riusciamo a rifiutare un bicchiere che un compagno alza alla nostra salute o a sottrarci alla presa di un chiacchierone, lasciandoci mettere i piedi in testa solo perché non abbiamo la forza di dirgli: «Ci vedremo un’altra volta, ora non ho tempo»?

La prima regola è quindi essere sinceri con sé stessi, la seconda è essere padroni di sé stessi, la terza è non aver paura di essere giudicati per i nostri rifiuti.

Se non sei padrone di te stesso – aggiunge Plutarco – che farai quando un amico ti legge una sua infelice composizione poetica o ti declama un discorso redatto in stile sciatto e ridicolo? È chiaro che lo elogerai e ti assocerai al rumoroso coro degli adulatori. Ma poi, come farai a riprenderlo se sbaglia negli affari? Come potrai correggerlo se dà prova di scarso giudizio nel ricoprire una carica, nella vita matrimoniale o nell’attività politica?”

Passando alle questioni più serie, Plutarco si sofferma sulla necessità di prestare estrema attenzione quando riceviamo richieste di denaro. Anche in questi casi non è difficile dire di no. Archelao, re di Macedonia, durante un banchetto, sentendosi chiedere in dono una coppa d’oro da un uomo che niente riteneva più bello del ricevere, ordinò al suo servo di darla a Euripide e, posato lo sguardo su quell’uomo, disse: «Tu sei fatto per chiedere, non per ricevere; costui invece per ricevere senza neppure domandare».

La riguardosità è anche un’arma a doppio taglio. Rischiamo, infatti, di rispondere sì ai nemici solo perché questi, in modo furbo, usano adulazione e falsa gentilezza nei nostri confronti.

Racconta Plutarco: “Poliperconte aveva convenuto con Cassandro di ammazzare per cento talenti Eracle, il figlio che Alessandro aveva avuto da Barsine; lo invitò dunque a pranzo, ma il giovane, diffidente e timoroso, rifiutava adducendo il pretesto di essere indisposto; Poliperconte allora andò a casa sua e gli disse: «Per prima cosa, ragazzo mio, devi prendere a modello la gentilezza e la premura che tuo padre aveva per gli amici, a meno che, per Zeus!, tu non tema che noi ti si voglia tendere un agguato». Il giovane si vergognò e lo seguì: subito dopo pranzo, lo strangolarono. Non è dunque, come sostiene qualcuno, né ridicolo né sciocco, ma, al contrario, accorto, il detto di Esiodo: «Invitare a pranzo l’amico, ma lasciar perdere il nemico». Non farti riguardi nei confronti di chi ti odia e non cercare di blandirlo se ti dà a vedere di fidarsi di te: sarai invitato se lo inviti, dovrai pranzare da lui se lui ha pranzato da te, e sarai costretto a gettare via la protezione della diffidenza, come se la tempra ne fosse stata stemprata dalla vergogna”.

Infine, la riguardosità ci impedisce di amministrare correttamente i nostri beni offuscando la ragione. Succede, ad esempio, quando chiamiamo il nostro medico curante al posto di uno specialista solo per non fargli torto; quando scegliamo un avvocato amico o parente anziché scegliere il professionista più competente e adatto al tipo di controversia da dirimere; quando rinunciamo a esprimere e discutere le nostre idee per adeguarci a quelle di familiari e amici; quando scegliamo un negozio o un albergo inferiore ad altri solo perché il proprietario ci ha salutati qualche volta, e così via.

Dire sì al posto del no comporta conseguenze anche sul piano della correttezza e della vergogna. Alla riguardosità è associato, più che nelle altre passioni, il pentimento. Potrebbe significare rimangiarsi ad un certo punto la parola data o non riuscire a portare a termine nel migliore dei modi l’accordo concesso. Eccessiva riguardosità espone quindi a situazioni di imbarazzo agevolando ancor di più le male intenzioni dell’altro che si troverebbe, a questo punto, in una posizione di enorme vantaggio, persino “morale”: “hai detto sì e poi non hai rispettato i patti”. Poco importa che egli all’inizio abbia approfittato della nostra debolezza.

Ecco perché a volte è giusto dire no. Esercitiamoci però a farlo mantenendo intatto il buonsenso che ci rende virtuosi. Non è sempre dicendo sì che saremo più buoni, né dicendo sempre no saremo più giusti e forti.

Salvatore Primiceri

Per approfondire:

Plutarco, Tutti i Moralia, con testo greco a fronte, Bompiani 2017.

*Articolo originario pubblicato su La Fabbrica del Buonsenso.

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