di Salvatore Primiceri – In che modo l’uso del buonsenso è in relazione al carattere di una persona? Abbiamo spesso parlato di come il buonsenso costituisca una qualità innata dell’essere umano che, faceva però notare Cartesio, non tutti usano allo stesso modo. Anzi, come sappiamo, tanti non la usano affatto. Il buonsenso è come un attrezzo del mestiere nel percorso della vita, è una risorsa di cui disponiamo nel nostro bagaglio di partenza: sta a noi saperla usare. Chi la usa meglio può ambire ad un’esistenza virtuosa improntata alla giustizia e allo star bene con gli altri. Ma, dicevamo, esiste un tipo caratteriale che può essere avvantaggiato nel miglior uso del buonsenso?

Ho avuto modo di approfondire tale riflessione leggendo l’”Elogio della Mitezza” di Norberto Bobbio, recentemente riproposto dalle Edizioni Dell’Asino con l’introduzione di Pietro Polito. In questo scritto, l’indimenticato filosofo politico Bobbio non parla di buonsenso ma traccia l’identikit dell’”uomo mite” dopo essersi soffermato sul concetto di “mitezza“, anche da un punto di vista giuridico (BeccariaZagrebelsky, per citare coloro che hanno fatto uso del termine mitezza in relazione al diritto).

Ne riassumo alcuni passaggi rimandandovi alla lettura completa del saggio. non potendo qui essere esaustivo. La “mitezza” è una qualità che permette all’uomo di condurre una vita virtuosa. Per definirla in modo preciso, Bobbio si affida alle parole del filosofo torinese Carlo Mazzantini il quale definì la “mitezza” con la bellissima espressione: “lasciare essere l’altro quello che è“. Quindi, il “mite” è colui che lascia essere l’altro ciò che è, anche se l’altro è arrogante, protervo, prepotente. La “mitezza” è il contrario dell’arroganza, dell’ostentazione dell’arroganza, della prepotenza. L’”uomo mite” è fuori dalla competizione, dalle gare, dalla rivalità. Egli vorrebbe vivere una vita in cui non esistano né vincitori né vinti. Ma, attenzione, Bobbio sottolinea come “mitezza” non equivalga affatto a “remissività“. Il remissivo è colui che rinuncia a lottare per paura o debolezza, mentre il mite rifiuta il senso della lotta per come gli uomini lo intendono, ovvero mosso dalla vanità, dal narcisismo, dal desiderio di primeggiare. L’”uomo mite” non si lascia sopraffare dal desiderio di vendetta e non perpetua le liti per principio o puntigliosità. Ma, se il mite rinuncia ad avere ragione vuol dire che è cedevole? Nemmeno. Bobbio sottolinea l’animo da mediatore dell’uomo mite. La cedevolezza, infatti, è la disposizione di colui che ha accettato la logica che nella vita tutto (o quasi) costituisca una gara dove deve esserci sempre un vincitore e un vinto. Il “mite” non è vendicativo, non serba rancore, non alimenta l’odio, non rimugina sulle offese ricevute, non riapre le ferite. Egli vuole stare prima di tutto in pace con gli altri perché solo così sarà in pace con sé stesso. Il “mite”, inoltre, non è un bonario, superbo, modesto. La modestia è spesso una falsa sottovalutazione di sé stessi mentre la mitezza non è una disposizione verso sé ma verso gli altri. Infine il “mite” è tollerante, rispetta gli altri senza chiederne in cambio la reciprocità (al contrario di ciò che affermava Kant sul fatto che ogni uomo ha il diritto di esigere il rispetto dai propri simili ed è reciprocamente obbligato egli stesso al rispetto verso gli altri). La “mitezza” è quindi una virtù sociale e unilaterale. Norberto Bobbio giustifica la scelta di parlare della mitezza, anche se egli si sente caratterialmente distante da tale virtù, come una “reazione alla società violenta in cui siamo costretti a vivere“. Parole che tuonano quanto mai attuali.
Ecco che, a completamento del nostro ragionamento, rientra in gioco l’uso del buonsenso di cui tutti gli uomini dispongono, anche quelli caratterialmente diversi dall’”uomo mite”. Saper individuare e usare il buonsenso avvicina chiunque alla virtù e aiuta a comportarsi nel modo più vicino possibile al “mite”, disposizione vincente per una vita buona e giusta. In conclusione l’uso del buonsenso non è proprio solo dell’uomo mite, ma quando i due coincidono nella stessa persona si ottiene probabilmente un risultato più immediatamente efficace.
D’altronde, sin dai tempi della Grecia antica e dei Romani, dal concetto di “giusta misura” di Socrate e Platone, di “medietà” di Aristotele, di “mitezza” e “equità” in Marco Aurelio, appare chiara l’idea che questo tipo di virtù erroneamente ritenute “deboli” o secondarie rispetto ad altre che stimolano maggiormente le passioni del sé (forza, competizione, orgoglio, etc.) sono invece la chiave per una vita felice in armonia col prossimo, in quanto proprio dal rispetto dell’altro traggono la propria origine e forza.

Salvatore Primiceri*

*Articolo originariamente pubblicato su www.buonsenso.eu

Bibliografia:

  • Norberto Bobbio (Introduzione di Pietro Polito) – Elogio della Mitezza – Edizioni Dell’Asino, Roma 2018
  • Cartesio – Discorso sul Metodo (traduzione di Silvia Grossi) – Primiceri Editore, Padova 2019
  • Pierre Grimal – Marco Aurelio, l’imperatore che scoprì la saggezza – Garzanti, Milano 2013
  • Salvatore Primiceri – La giustizia del buonsenso – Primiceri Editore, Padova 2019

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