di Fausto Minonne – Salento, anni quaranta e cinquanta. Bambini scalzi, che dovevano conciliare il lavoro nei campi con la scuola, spesso in edifici privi di fondamenta. Don Carlo, Don Agostino o Don Giuseppe erano i nomi dei maestri di scuola elementare, uomini benestanti e proprietari terrieri.

Quasi sempre maestri severi, che insegnavano le tabelline a suon di vinchi, ceffoni e bacchette di ferro. A volte maestri anche bizzarri, che a tempo perso insegnavano l’abc e per il resto della giornata portavano gli alunni a raccogliere l’erba per le mucche o le ‘gnagne (ghiande) per i maiali.

La moglie di qualche maestro, casalinga e poco emancipata, di tanto in tanto preparava dei biscotti per i bambini della scuola. I dolci erano un miraggio per quelle anime provenienti da famiglie povere. Imparare a leggere e scrivere, in un’epoca di sacrifici e rinunce, era una vera e propria conquista. Quei volti segnati dalla fatica, che nel fiore della loro infanzia si ritrovavano a dover guardare e condurre la vita con gli occhi e la mente degli adulti.

Se è vero che la storia la scrivono quasi sempre i vincitori, è altrettanto innegabile che chi è più in difficoltà la tocca con mano e la vive sulla propria pelle. Nelle aule di scuola le nuove generazioni potrebbero ascoltare queste testimonianze crude per provare ad apprezzare l’importanza della storia.

Il termine storia deriva dal greco istoría, che significa “ricerca” ed ha la stessa radice del verbo orao, ossia “vedere” ed in senso lato conoscere e sapere. Nel senso etimologico del termine la storia allude alla conoscenza, compresa quella prodotta dalla memoria.

Un verso della canzone “Le radici ca tieni” dei Sud Sound System recita che “la cultura rappresenta quello che è stato e che deve venire, memoria è cultura”. La storia di ieri e di oggi ci insegna quello che è stato e quello che è la scuola. Può farci cogliere gli errori, i passi in avanti e quelli che restano da compiere per una scuola che sia vero motore sociale e culturale.

Ciò ha una forte valenza soprattutto in un momento storico in cui, a causa dell’emergenza sanitaria Covid-19, la scuola è finita in secondo piano o forse è il caso di dire dietro uno schermo. Quello della tecnologia, di cui soffriamo, ma allo stesso tempo non riusciamo a farne a meno. Dinanzi ad una pandemia senza precedenti, la nostra scuola si è affidata al supporto digitale per continuare ad assolvere il proprio dovere nei limiti del possibile. Si tratta di un espediente dettato da ragioni di forza maggiore ed è meritevole lo sforzo che tanti insegnanti, colti impreparati, stanno compiendo giorno dopo giorno fra svariati ostacoli.

Ė indubbio però che di questa situazione ne stiano risentendo l’insegnamento e l’apprendimento di materie umanistiche e scientifiche, che richiedono un confronto diretto fra studenti e insegnanti. La scuola ha bisogno della cosa che più di tutte si sta evitando per questioni sanitarie: il contatto fisico. I social network hanno aperto canali di comunicazione fino a qualche tempo fa inimmaginabili e irraggiungibili, ma allo stesso tempo gli utenti, senza rendersene conto, hanno innalzato barriere di convinzioni. La madre di tutte le convinzioni è quella secondo cui la vita possa essere condotta e affrontata dietro lo schermo di un computer, un cellulare o un qualsiasi dispositivo mobile. Quella che oggi è un’eccezione, è bene che domani non diventi la regola.

Conclusa questa parentesi telematica, sarebbe un errore dare adito all’ennesima convinzione sbagliata, ossia che la tecnologia possa prendere il sopravvento sulla scuola e la didattica a distanza rimpiazzare quella frontale. Una scuola, fatta di persone per le persone, necessita di tempi precisi e spazi fisici. Ė cosa buona e giusta che gli alunni e gli insegnanti si guardino e si ascoltino senza alcun intermezzo digitale. Serve una rete reale, non virtuale e a tratti virale.

Secondo il filosofo Antonio Gramsci la cultura è “la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini” ed “ha cultura chi sente la relazione con tutti gli altri esseri”. Queste parole, che nulla hanno di fazioso, dovrebbero risuonare ogni giorno nei luoghi deputati all’istruzione di qualsiasi grado. “Didattica a distanza” è un’espressione di nuovo conio, ma di fatto anche solo accostare il termine distanza alla scuola svilisce la concezione di quest’ultima come ancora di riscatto sociale. Non una scuola on-line, bensì in prima linea per colmare le distanze sociali che dilagano nella vita reale e quotidiana.

Allo stesso modo è un errore ridurre il dibattito sui finanziamenti per l’istruzione a mera questione di risparmio o meno. Ė inutile nascondere che la scuola ha dei costi che comportano scelte precise, ma la spesa per l’istruzione, in termini di edilizia scolastica, innovazione tecnologica, offerta formativa e diritto allo studio, è un investimento che getta le basi per il futuro dei giovani e del paese.

La parola cultura deriva dal latino colere, che significa “coltivare, crescere, formare”. L’etimologia richiama il lavoro nei campi, perché se si crede davvero, la scuola, al pari dell’agricoltura, è un esercizio quotidiano che richiede fatica, coraggio e voglia di fare. La quarantena rende la vita simile ad un film di fantascienza, in cui si perde la concezione del tempo.

Da che mondo è mondo il cinema ha la capacità di fermare il pubblico nel tempo. In un’era di paure, disparità e distanze fra paese reale e virtuale c’è chi si ostina a parlare solo di futuro e chi rimpiange un passato mai vissuto, perdendo la concezione della realtà. Oltre a conoscere la storia per imparare dalla storia, l’ottica migliore è guardare al futuro, non senza aver prima imparato dal passato e pensato al presente.

Fausto Minonne

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