bancapopolareIn attesa della pronuncia del 12 gennaio del Consiglio di Stato. Gentiloni riuscirà a mettere una “pezza” alla riforma Renzi-Boschi?

(di Enrico Sirotti Gaudenzi*) – Il decreto banche (d.l. n. 3/2015, convertito in legge n. 33/2015) riforma le regole di funzionamento delle banche popolari. La riforma introduce un limite di dimensione: le banche popolari che vantano un attivo superiore a 8 miliardi di euro dovranno trasformarsi in società per azioni e, nel caso in cui l’istituto di credito sia capogruppo di un gruppo di banche, tale soglia sarà determinata a livello consolidato. Le banche popolari che dovranno trasformarsi in Spa, per potersi adeguare alla nuova disciplina, avranno 18 mesi di tempo dalla data di entrata in vigore delle regole attuative.

Secondo le nuove disposizioni, se una banca supera la soglia sopra indicata dovrà ridurre l’attivo o deliberare la trasformazione in Spa; in caso contrario, sarà sanzionata da Bankitalia con conseguente rischio di vedersi revocata l’autorizzazione all’esercizio dell’attività bancaria o di essere sottoposta a liquidazione coatta amministrativa.

All’art. 1 del decreto in esame viene sancito che nelle banche popolari il diritto al rimborso delle azioni nel caso di recesso, anche a seguito di trasformazione o di esclusione del socio, sia limitato secondo quanto previsto dalla Banca d’Italia, anche in deroga alle norme di legge, quando ciò sia necessario ad assicurare la computabilità delle azioni nel patrimonio di vigilanza di qualità primaria della banca. Per i medesimi fini la Banca d’Italia può limitare il diritto al rimborso degli strumenti di capitale emessi.

Il decreto prevede anche la possibilità che le banche possano riservare specifici diritti patrimoniali ed amministrativi ai soci che posseggano strumenti finanziari, con particolare riferimento all’esercizio di un maggior numero di voti in assemblea rispetto a quello degli altri soci.

Di conseguenza cambia anche il numero massimo di deleghe che la banca può conferire ad un socio in quanto il numero sale da 10 a 20 deleghe, secondo la disciplina contenuta nello statuto di ogni banca, e si perderà il voto capitario (una testa = un voto in assemblea).

Per le banche che si trasformeranno in S.p.A. vi sarà la possibilità di prevedere uno strumento anti-scalata: infatti in assemblea il diritto di voto esercitato non dovrà superare il 5%.

Le trasformazioni delle banche popolari in società per azioni o le fusioni a cui prendono parte le banche popolari sono deliberate, in prima convocazione, con la maggioranza dei 2/3 dei voti espressi, purché all’assemblea sia rappresentato almeno 1/10 dei soci della banca ed, in seconda convocazione, con la maggioranza sempre di 2/3 dei voti espressi, qualunque sia il numero dei soci intervenuti in assemblea.

Gli istituti di credito colpiti dalla attuale modifiche, che si sono dovuti trasformare in S.p.A. o che hanno dovuto ridurre il proprio attivo (in quanto superiore alla soglia di 8 miliardi) sono: il Banco popolare, Ubi Banca, Banca popolare dell’Emilia Romagna, Banca popolare di Milano, Banca popolare di Vicenza, Veneto Banca, Banca popolare di Sondrio, Credito Valtellinese, Banca popolare di Bari, Popolare dell’Etruria e del Lazio.

Tale provvedimento ha destato parecchie perplessità, soprattutto in merito alla presunta incostituzionalità della norma: infatti parecchi giuristi hanno illustrato come il testo relativo alla riforma sia in conflitto con la Costituzione, in quanto questa prescrive che la Repubblica riconosce espressamente “la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità”.

Sono state espresse critiche anche sull’abolizione del voto capitario: infatti si è affermato che le prime 50 banche dell’UE con voto capitario hanno in media 122 miliardi di attivo, ben oltre il parametro che l’Italia vuole introdurre.

Il Governo Renzi ha voluto questa riforma nella speranza di rafforzare il settore bancario e di adeguarlo a quello europeo. L’indicazione dell’attivo superiore agli 8 miliardi di euro, per far scattare l’obbligo a trasformarsi in società per azioni o a ridurre l’attivo stesso porta, secondo il Governo, a creare “due fasce che preserveranno il ruolo delle banche con vocazione territoriale e al tempo stesso si adegueranno alle prassi ordinarie la governace degli istituti di credito popolari di maggiori dimensioni che nella maggioranza sono anche società quotate in borsa”.

La riforma è stata oggetto di critiche da parecchi schieramenti politici, in quanto viene affermato (soprattutto dal Ncd- Udc) che “le banche popolari, come quelle di credito cooperativo, sono da sempre un punto di riferimento sul territorio e un sostegno imprescindibile per piccole e medie imprese, artigiani, commercianti, liberi professionisti e famiglie. È proprio per questo che, a scatola chiusa, non siamo disponibili a votare provvedimenti volti a tutelare la grande finanza a discapito delle piccole realtà economiche” (Nunzia De Girolamo, capogruppo alla Camera di area Popolare).  Anche Stefano Fassina, esponente del Pd critica il decreto in quanto, secondo lui, “colpisce un modello che, con tutti i suoi limiti nella traduzione effettiva certamente da correggere, è uno dei pochi presidi di democrazia economica”.

Il delegato di Bper ha annunciato, in merito alla riforma, come “un gruppo di fondi di private equity esteri possa approfittare di questa situazione”.

L’economista Giulio Sapelli afferma che il decreto è un “vero e proprio colpo di Stato bancario”, fatto in un momento di “vacatio istituzionale”.

Dure critiche anche da parte di Carmelo Barbagallo, di Susanna Camusso, da Forza Italia e da diversi esponenti dello stesso Pd, che si aggiungono a quelle del Movimento 5 Stelle che, assieme all’Adusbef, annunciò nell’immediato un esposto alla magistratura per “aggiotaggio”.

Tra le principali critiche e problematiche sollevate vi è, poi, la facoltà in capo alla Banca d’Italia di negare ai soci delle popolari il diritto al rimborso delle azioni “qualora ciò sia necessario ad assicurare le computabilità delle azioni nel patrimonio di vigilanza di qualità primaria della banca”. Tale disposizione, che non era presente nella bozza iniziale del decreto, configurerebbe un vero e proprio esproprio a danno dei soci. Per questo il Consiglio di Stato ha bloccato la riforma, rimettendo la questione di legittimità alla Corte costituzionale e sospendendo la circolare attuativa della Banca d’Italia relativa al blocco del rimborso delle azioni per coloro che avessero esercitato il loro diritto di recesso, nel caso in cui le banche procedessero con la trasformazione in Spa.

In questo caso, i dubbi di legittimità costituzionale di tale riforma erano stati denunciati da alcuni soci e da alcune associazioni, che protestavano contro alcuni punti mal formulati della riforma del Governo Renzi. Proprio per questo si attende l’esame da parte della Corte costituzionale, che dovrà pronunciarsi anche sul “potere di delegificazione in bianco” attribuito alla Banca d’Italia in “deroga a norme di legge”.

Il Consiglio di Stato, infatti, ha dato ragione agli oppositori della riforma sulle Banche Popolari, rinviando alla Corte Costituzionale diversi aspetti della legge del 2015, che ha imposto la trasformazione delle banche in società per azioni entro il 27 dicembre 2016 (pena la perdita della licenza bancaria) e sospendendo alcune norme attuative contenute nella circolare della Banca d’Italia relativamente al recesso dei soci. Di particolare interesse è quanto emerge dall’ordinanza di rimessione alla Corte Costituzionale: a quest’ultima, infatti, non viene sottoposta solo la problematica relativa alla possibilità per Bankitalia di congelare il diritto al rimborso dei soci che vogliono uscire dal capitale, nel momento in cui la popolare si trasformi in Spa, ma anche la questione relativa all’utilizzo del decreto legge, quale strumento previsto in caso di necessità ed urgenza, in quanto “sembrerebbero sussistere adeguati indicatori da cui potrebbe evincersi la manifesta insussistenza dei presupposti di necessità e urgenza della riforma di cui trattasi, avuto il debito riguardo alle modalità anche temporali con cui essa è stata introdotta e portata a regime”.

Quanto accaduto stravolge, senza dubbio la situazione relativa ai sette istituti che hanno già completato il percorso di trasformazione e di quelli che devono ancora trasformarsi (la Popolare di Bari e quella di Sondrio). La Banca popolare di Bari ha inoltre scelto di rinviare la convocazione dell’assemblea, nella speranza che giungesse, nel frattempo, un possibile ed utile provvedimento da parte del Governo; la Banca popolare di Sondrio, al contrario, si è adoperata per richiedere la sospensiva del termine ultimo per trasformarsi in Spa.

Ora attendiamo il 12 gennaio, giorno nel quale è prevista una nuova pronuncia da parte del Consiglio di Stato, dopo quella del 2 dicembre che ha sospeso gli effetti della circolare attuativa emanata dalla Banca d’Italia, per capire se i giudici decideranno di prorogare nuovamente la sospensione degli effetti di tale circolare (in attesa che si pronunci definitivamente la Corte costituzionale, con possibili conseguenze per tutte le banche che hanno già trasformato la loro ragione sociale) e di prolungare i tempi per la trasformazione delle due ultime popolari sopra citate.

Da ricordare, infine, che la riforma riguarda solo le prime dieci e più grandi realtà popolari, in quanto, per le altre settecento banche popolari presenti nel nostro territorio, nulla è cambiato (proprio per questo è stata definita pseudo-riforma).

*Enrico Sirotti Gaudenzi

Avvocato

Esperto di tutela del credito e diritto bancario

Responsabile del dipartimento regionale di giustizia di Forza Italia

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