di Fausto Minonne –  Questa è la storia di Anna, una donna che lavora da diversi anni come capo contabile in un’azienda di Roma. Anna ricopre il suo ruolo con passione, guadagnandosi anche un pizzico di invidia da parte delle colleghe. Oltre al padre affetto da Alzheimer e ospite in una casa di riposo, Anna ha una figlia di nome Morgana. È abituata a tenere i conti in ordine, tanto a lavoro quanto a casa, perché è separata. Il suo ex marito non ha rinunciato alla libertà per la famiglia, venendo così meno alle sue tante responsabilità di genitore.

Quella di Anna è una vita di rinunce e sacrifici. Morgana, sebbene sia solo una bambina, è molto accorta e responsabile. Ama leggere, la danza e sogna di viaggiare con la mamma verso posti lontani e sconosciuti. A seguito di una fusione societaria, l’azienda in cui lavora Anna viene assorbita da una multinazionale. Quest’ultima inaugura una nuova filosofia di lavoro, all’insegna della flessibilità totale, dietro cui si cela l’intenzione di ridurre il personale.

Anna, da sempre ligia al dovere, mostra una certa diffidenza nei confronti del sindacato, che nei primi anni duemila raccoglie firme per estendere l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori alle piccole imprese. Allo stesso tempo disdegna le pacche sulla spalla, i sorrisi   e le strizzatine d’occhio davanti ai nuovi dirigenti dell’azienda. Anna non immagina né sospetta che le belle parole (disponibilità, solidarietà, entusiasmo) pronunciate dall’amministratore delegato, in occasione di una festa d’inaugurazione, sono bolle di sapone destinate a scoppiare.

Così, da un giorno all’altro, ha inizio per lei una vera e propria odissea, partendo dal demansionamento e dal cambio di postazione con un computer perennemente fuori uso. Sin da subito cala un clima di omertà e la donna viene abbandonata dalla falsa amicizia delle colleghe di ufficio. La sua vita lavorativa diviene dunque un susseguirsi di mansioni inutili e impossibili, come occuparsi della fotocopiatrice o rinvenire due fatture, di cui una volutamente nascosta dal direttore del personale. Ad una persona come Anna, a cui è sempre piaciuto lavorare, non avere nulla da fare stanca ancor più che lavorare. Ciò che accresce il suo stato di angoscia è il fatto di essere evitata, isolata e derisa da tutti: dirigenti, colleghi e persino l’ultima arrivata, una giovane tirocinante. Il nuovo assetto societario che, a detta dell’amministratore delegato, doveva essere inteso come la nascita di un bimbo, si rivela un inferno quotidiano agli occhi e al cuore di Anna. La sua unica ancora di sicurezza, in una marea mai affrontata prima, è la figlia Morgana.

Il periodo di stress mette a dura prova il rapporto fra le due donne, ma l’amore reciproco è solido. Anna non demorde, mantenendo sempre la sua compostezza, purtroppo il direttore del personale decide di affidarle l’ennesimo incarico paradossale. Questa volta dovrà occuparsi della riorganizzazione di un settore aziendale, a lei sconosciuto, allo scopo di ottimizzare i tempi di lavoro. Come se non bastasse, il magazzino dell’azienda è composto da soli uomini, che mostrano subito una notevole perplessità. Agli operai infastidisce la presenza di Anna, chiamata di fatto a cronometrare e rendicontare i loro tempi di lavoro durante la giornata.

L’aria è tesa e la donna si ritrova ancora una volta sola senza un minimo di comprensione o collaborazione. Il culmine giunge quando tutti gli operai ricevono una lettera, in cui si contesta la non conformità dei loro tempi di lavoro rispetto a quelli impartiti dalla direzione aziendale. Tempi peraltro assurdi, come constatato e riportato invano da Anna. I piani alti si guardano bene dal metterci la faccia e fanno ricadere tutta la responsabilità sulla donna. Al pari di una gazzella lasciata in pasto ad un branco di iene, Anna viene apostrofata come “spia bastarda” e rischia una vera aggressione fisica. A quel punto crolla ed è costretta a richiedere una settimana di malattia. A casa può contare sul sostegno di Morgana, che per lei ormai è più di una figlia, perché è come una sorella, un’amica e una confidente.

Una sera Anna le racconta un episodio in cui era stata umiliata dai colleghi di lavoro e la bambina, dimostrando un’incredibile maturità, le dice: «Sei stata brava contro di loro». Quelle semplici parole, mosse da un forte affetto, le faranno ritrovare lo stimolo per rialzarsi e tornare in azienda. Al suo rientro il responsabile delle risorse umane, con fare subdolo, la ammonisce per la fiducia non corrisposta e per aver creato un vuoto intorno a se stessa, anziché fare squadra con gli altri dipendenti.

Non ritenendola adatta ed adeguata ai ritmi dell’azienda, l’uomo la pone di fronte ad un bivio minaccioso: accettare una lettera di dimissioni da lui stesso predisposta o subire ulteriori vessazioni ancora più pesanti. Anna resta ferma senza proferire parola, dando ancora prova di immensa resistenza morale, ma quando il responsabile disquisisce sulla sua condizione di donna sola con a carico una figlia, lo incalza subito: «Non si permetta mai di parlare di mia figlia!». Quell’uomo indegno ha ferito il suo amore più caro, così lei esce sbattendo la porta con l’intenzione di non gettare la spugna.

Anna vince la sua iniziale diffidenza e decide di rivolgersi al sindacato. Nel corso di un colloquio una sindacalista chiamerà l’esperienza di Anna con il suo vero nome: mobbing. In parole crude: lasciare un lavoratore senza fare nulla per indurlo al licenziamento e strappargli la dignità. Facendosi scudo della forza di reagire, Anna deciderà di fare causa contro l’azienda per ottenere giustizia.

Questa storia di vita è il corpo del film Mi piace lavorare – Mobbing (2003) diretto da Francesca Comencini, con Nicoletta Braschi e un cast di attori non professionisti. L’amore di una madre per il proprio figlio può vincere anche sulle fragilità più insidiose. Anna non vincerà la guerra, ma vincerà la battaglia, perché saprà riconoscersi. Come madre, che vuole essere un buon esempio per la figlia.

Come donna, non disposta a scegliere fra il lavoro e la famiglia, ma a conciliare entrambi gli aspetti. Come lavoratrice, consapevole tanto dei propri doveri, quanto dei propri diritti, primo fra tutti la dignità. Riconoscersi nelle proprie inclinazioni e ambizioni è difendersi dalle angherie altrui. Una valida lezione di vita per la vita.

Fausto Minonne   

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