di Salvatore Primiceri* – Qual è il dovere di un governante? Essere giusto e occuparsi del bene comune. In poche parole chi governa deve avere a cuore la felicità del proprio popolo. In un buon governo non sono ammesse corruzione, tirannia, lesione dei diritti delle persone a vantaggio di interessi di parte. Non è ammessa, quindi, la disuguaglianza. Il buon governo deve tendere alla giustizia e alla virtù. La forma di governo che meglio esprime tali necessità è la democrazia.

Tutti questi principi funzionano se chi governa è anch’essa persona dotata di una visione democratica e obiettiva, il cui unico interesse è il bene comune.
Cosa succede se chi governa non è persona giusta? Succede che l’esercizio del potere diventa “utile del più forte” e che la legge imposta dal più forte secondo un principio di utilità personale non è giusta.
Per rendere giusti i governi occorre, quindi, formare dei giusti governanti. Questo era la visione etico-politica di Platone. Egli era convinto che fosse sufficiente educare da giovani gli eredi al trono o gli aspiranti politici per far sì che diventassero dei bravi e giusti governanti.
Ma in cosa consiste tale programma di formazione? Qual è ingrediente fondamentale di una buona formazione politica?
Per Platone è la filosofia. Solo i “re-filosofi” saranno in grado di occuparsi davvero con giustizia del bene comune.
I mali non avrebbero mai smesso di affliggere le sorti dell’umanità finché una generazione di filosofi saggi e integri non fosse ascesa al governo, oppure finché coloro che detenevano il potere nelle città, per un’ispirazione divina, non si fossero dedicati essi stessi alla filosofia. Con questa convinzione sono giunto in Italia e in Sicilia, quando mi misi in viaggio per la prima volta”.
Platone, complice l’amicizia con Dione che lo convinse nell’impresa, scelse Siracusa come laboratorio per mettere in pratica la sua idea. Lì, infatti, c’era un giovane tiranno erede al trono da educare alla filosofia e al buon governo, Dionisio II.
Platone sognava uno Stato ideale dove non fosse ammessa l’ingiustizia. In nessun luogo sarebbe potuto più accadere che uno Stato permettesse la condanna a morte di un innocente, come avvenuto in Atene per il suo maestro Socrate.
Il sentimento di rifiuto verso l’ingiustizia e la sofferenza per la perdita di Socrate muovono l’animo di Platone nel trovare una via per “cambiare il mondo“. La prima cosa che fece fu quella di scrivere i dialoghi socratici e renderceli patrimonio dell’umanità. Gli insegnamenti del “maestro di sapienza” non potevano rimanere solo nella memoria di chi aveva avuto il privilegio di ascoltarli dal vivo. Occorreva porre rimedio al fatto che Socrate non scrisse mai nulla. La filosofia morale di Socrate doveva essere tramandata ai posteri. Platone, Senofonte e Aristotele tramandarono e svilupparono la filosofia socratica non solo a parole. Platone era convinto che valesse la pena tentare di passare dalla teoria alla pratica. La filosofia deve tradursi in consigli e azioni pratiche, non può rimanere elevata su una sfera puramente teorica. Per questo Platone decise, dopo alcune titubanze, di accettare l’invito di Dione a Siracusa.
Se non fossi partito, sarei apparso, persino a me stesso, come un uomo bravo solo a parole, incapace di tradurre in atti le proprie intenzioni”.
L’impresa di Platone e Dione finì male. Dionisio II, per quanto non indifferente alla filosofia e alla figura di Platone, rimase prigioniero delle proprie paure e delle frizioni interne alla sua corte. Il cambiamento politico che egli avrebbe dovuto attuare secondo i consigli di Platone, era ancora visto come rischioso. Il tiranno non si fidò, aveva troppa paura di perdere prestigio e potere.
Platone rischiò più volte la morte, fu tenuto prigioniero e a nulla valsero i suoi tentativi di mediazione tra Dionisio II e Dione (ormai inviso al tiranno). Fu salvato grazie all’intercessione di Archita Pitagorico, tiranno di Taranto.
La missione, quindi, fallì. Platone lo ammise in un epistolario, la cui autenticità è comunque oggetto di dibattito tra gli studiosi. Tra le tredici lettere, la settima è quella più accreditata di essere stata realmente scritta da Platone. Egli si rivolge ai parenti di Dione, ripercorre gli intenti e le tappe della missione a Siracusa, li invita a perseverare nel coltivare la filosofia e a consigliarla agli altri.
Platone, per fortuna, non perde fiducia nei suoi convincimenti. Non era evidentemente sufficiente educare un solo uomo per rendere giusta un’intera comunità. Il cammino è lungo e qualche battaglia bisogna essere disposti a perderla. Oggi possiamo tranquillizzare Platone che il suo impegno non è stato vano: è la filosofia che tiene ancora vivo il mondo. La filosofia deve far parte del bagaglio culturale ed educativo di ognuno di noi, soprattutto di chi aspira a governare o guidare. Non è un caso che oggi i migliori “leader“, politici ma anche imprenditori, insegnanti, datori di lavoro, siano coloro che nella propria formazione si aprono alla filosofia. Sono loro che continuano a “cambiare il mondo“, in meglio.

Salvatore Primiceri

*Articolo originario pubblicato su La Fabbrica del Buonsenso >>

**Immagine: Platone, Addio a Siracusa, copyright Ivan Zoni 2020.

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