di Lesath – Abbiamo incontrato Sergio Fanucci (nella foto), editore e autore della “Trilogia dei Codici”, per fargli qualche domanda sul suo doppio ruolo di editore e scrittore. Ecco cosa ci ha svelato.

LAP: Sergio Fanucci. Conosciuto soprattutto per il suo ruolo di editore, è però anche scrittore. Cosa ha significato saltare la barricata per vestire i panni del romanziere? Quanto l’esperienza di editore ha influenzato il suo modo di scrivere e quanto lavorare alla Trilogia dei Codici la ha aiutata a migliorarsi come editore?

SF: Caro Lesath, prima di tutto grazie per l’intervista. L’editore è un gran bel mestiere, poi io incorporo anche il ruolo di editor, ossia colei o colui che seleziona i libri da pubblicare, quindi vivo sempre in mezzo alle parole… degli altri. Come scrittore, ho cominciato a vivere anche delle mie: creare trame, personaggi, situazioni, descrivere luoghi sono un’esperienza totalizzante dove è in gioco tutta la tua sapienza, la sensibilità, la curiosità e la sfida continua per fare qualcosa di valore. Spero di esserci riuscito.

Leggere è il primo passo per poter scrivere e la mia privilegiata posizione professionale mi ha aiutato molto: avrò letto più di tremila libri, tuttora leggo molto, almeno due libri a settimana, a volte tre, e questo tiene il cervello sempre in allenamento, mi permette ragionamenti articolati e di trovare soluzioni narrative altrimenti difficili.

La Trilogia dei Codici non mi ha tanto aiutato come editore, semmai è stato il contrario.

LAP: Come è nata l’idea del primo volume, Codice Scorsese? Che cosa la ha poi spinta durante la stesura a trasformare il progetto in una trilogia?

SF:Alcuni anni fa, esattamente a marzo 2014, mi sono ritrovato in un momento oscuro per una notizia che riguardava la sfera personale e gli stimoli che tutti i giorni avevo  – dallo sport ai sentimenti, dal lavoro agli svaghi, e la passione per la vita che provo naturalmente  – non mi bastavano più e così ho cominciato a scrivere. Mentre nuotavo elaboravo la trama, davo vita a personaggi e ne curavo i contorni, immaginavo intrecci e rapporti, scrivevo nella mia testa i dialoghi… e poi di corsa a casa a buttar giù quei momenti di profonda creazione. Così è nato Codice Scorsese.

A un certo punto della sua stesura però, verso i tre quarti, mi sono accorto che il mondo che stavo immaginando avesse bisogno di più respiro, di maggiore foliazione per potersi concludere e così i libri sono diventati tre. Scrivere è entusiasmante, è un’esperienza da dio, perché non prolungarla?

LAP: All’interno dei suoi romanzi ci sono molte figure: poliziotti, avvocati, investigatori, militari, mafiosi. Quali autori e quali romanzi sono stati per lei fonte di ispirazione nella realizzazione della Trilogia dei Codici?

SF: I romanzi sono i grandi thriller americani e inglesi, autori noti e anzianotti, le mie prime letture giovanili impresse nella mente, da Martin Cruz Smith a Ken Follett, da Lee Child a Robert Littell, ma anche classici come Rex Stout o il mitico Ian Fleming.

LAP: Tra i diversi personaggi quale è quello che maggiormente le somiglia? E quale quello a cui è più legato affettivamente?

SF: Ogni personaggio ha una parte di me, anche quelli femminili e in ogni libro viene fuori un tratto distintivo diverso per ognuno di loro, uno cresce e l’altro scende, quello che sembra essere il protagonista del primo volume, nel secondo o nel terzo assume un altro ruolo, e viceversa. Mi piace molto Elisabeth Scorsese perché sembra ingenua, in alcuni momenti antipatica, ma ha a che fare ogni giorno con una bellezza ingombrante, un ruolo di successo in un mondo maschilista, con genitori importanti e misteriosi. Soffre, si dispera, ha paura ma si ostina nella ricerca della verità che capisce non essere mai chiara o totalmente rivelatrice perché c’è sempre qualcosa dietro di più grande. Alla fine troverà, come anche il lettore, una spiegazione al tutto, un intrigo di 1400 pagine.

LAP: Perché ad accomunare la trilogia è la parola “codice”? Cosa rappresenta e cosa significa?

SF: I codici sono al centro di tutte le cose: sono atteggiamenti, numeri, formule, sequenze, parole, lettere; sono giovani e antichi, moderni o obsoleti, sono chiavi di lettura del mondo passato, presente e futuro e questo vuole essere la trilogia. Il primo volume, Codice Scorsese, ci narra il presente, un’azione che prende vita da fatti appena accaduti, il secondo, Codice Scriba, ci riporta nell’antichità, tramandata ai nostri giorni attraverso libri rari e colmi di significato storico e sociale, e infine il terzo, Codice Lumiére, ci trascina nel futuro, tra algoritmi e satelliti… Ebbene, la sfida più grande è stata quella di rendere la parola codice sempre attinente alla storia che si dipana nel tempo e in dimensioni lontane tra loro, distanti anni e chilometri ma unite da un filo conduttore che il lettore scoprirà nel leggere i tre libri. Molto divertente.

LAP: Leggere la trilogia è un’avvincente e adrenalinica avventura tra centinaia di pagine. A parte le emozioni della storia e l’aspetto puramente d’intrattenimento, cosa vorrebbe che rimanesse ai suoi lettori una volta finita anche l’ultima pagina del terzo libro?

SF: “Cavolo, ma come ha fatto Fanucci a scrivere così? A far tornare ogni cosa  dopo 1400 pagine? Le ha pensate tutte (le soluzioni) all’inizio o come per magia si sono andate a comporre piano piano? E i luoghi li conosce veramente? Sembra ci sia stato davvero…” Ecco, che nel lettore rimanga la gioia di aver provato emozione nel leggerli, la soddisfazione di aver “giocato” con la mia mente e aver vinto se mi ha preceduto nella soluzione di quel momento, oppure di essere stato sorpreso in tutti i sensi, dalla scrittura al ritmo, dai personaggi alla trama, dall’inventiva all’elaborazione di un’unica grande storia di spionaggio, passione, crimine, indagine e sentimento.

LAP: Dopo l’esperienza sui Codici, ha già in mente la sua prossima fatica da scrittore?

SF: Bravo, fatica appunto, perché scrivere è decisamente faticoso… Ho un po’ di trame in testa, una quarantina di pagine scritte, un soggetto che da anni ho pensato e non da solo. Ora sto facendo ricerche e sto cercando quella dimensione interiore che mi permetta di “scattare” nella stanza dello scrittore, chiudere porte e finestre e immergermi nei diversi livelli della propria mente, dove l’unico limite è non diventare pazzi, o peggio, stupidi.

LAP: In un periodo in cui gli italiani leggono poco e sempre meno, tanto che le statistiche evidenziano come molti non aprano neanche un libro all’anno, cosa serve all’editoria per avvicinare di nuovo il grande pubblico?

SF: Un programma o più programmi televisivi dove chi presenta i libri abbia una passione incondizionata, non preconfezionata, dove non ci sia per forza l’autore affermato o di moda, dove il libro non sia un derivato ma il centro di minuti di immagini ed emozioni, perché il libro viene da dentro, scaturisce dalla mente e poi dopo diventa immagine, ma un’immagine intima e personale, unica e sempre diversa… questo potrebbe fare la televisione, potrebbe diventare quello che è stata per tanti anni e lo è ancora: un inesauribile, micidiale, portatore di messaggi, notizie, parole e tutto quello che ci sta dentro. Basterebbe questo, ma nessuno sembra averlo capito, neanche i grandi ricchi editori milanesi.

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