È un canto d’amore il libro postumo del capo della Polizia Antonio Manganelli, uscito oggi (17.04.13) e nato nelle giornate dell’afa e del dolore di Houston.

È un canto d’amore che, come nei suoni della Palermo assolata che l’ispettore Galasso – il protagonista de “Il sangue non sbaglia” – deve lasciare per una delle tante vicende legate alla vita di chi il poliziotto lo fa e lo ha fatto davvero, mescola insieme allegria, morte, gioia, entusiasmo, istinto, paura e ancora amore.

Per il “mestieraccio”, quella Polizia amata sempre con tutto il cuore fino all’ultimo respiro, per i figli, per la donna che condivide i giorni con un’ansia sottile che è consapevolezza e non paura, per gli amici e i compagni di strada (alcuni già sorrisi nelle nuvole) e per lo Stato, per il senso rigoroso dello Stato che rende l’uomo al servizio di tutti e servo di nessuno e che veste solo di servizio il concetto di potere.

Il Capo ha colpito al cuore: la vita di ogni giorno, di ogni poliziotto diventa prima un progetto, poi una realtà e poi si sublima in un testamento che è il racconto della sua stessa vita.

“Il sangue non sbaglia” è anche un’urna in cui poter trovare uno spicchio di “quell’indagine”, “quel racconto”, “quell’amico”, “quel capodanno” o “quella volta che…”: è il diario di un poliziotto che ha saputo essere sbirro e giurista, testimone e protagonista, docente e attore in una visione corale che è una questura di una grande città, ma che potrebbe essere un commissariato o un ufficio di investigazioni centrali, dovunque batta il cuore dell’indagine.

Il Capo era un “giallista” come chi i gialli, quelli più incredibili, li ha vissuti prima di raccontarli o farseli raccontare, di chi ha fatto pedinamenti, aperto porte esitanti alle quattro di mattina, scritto pagine di storia insieme a magistrati e di cronaca insieme ai colleghi di tutti i giorni nel nome della semplicità che è sempre stata anelito di chiarezza e della chiarezza che ha sempre avuto il senso della trasparenza.

“Il sangue non sbaglia” è patrimonio di chi ha vestito anche un giorno solo l’uniforme della Polizia e si è fidato e affidato allo Stato fino a morirne per troppo amore o a viverne per sempre in quei miracoli e quelle favole di altri tempi in cui dalle ceneri di qualcosa rinasce un fuoco di vita.

Ecco perché la trama del libro è bella, perché è credibile e vera, perché lo stile è quello con cui le persone colte – senza la presunzione di volerlo sembrare – sanno esprimersi tutti i giorni, lo spirito è quello giusto che mischia la guasconeria e la tristezza che c’è in ogni poliziotto e sa mescolare l’acume con la rielaborazione che c’è negli investigatori di razza. Perché il Capo era uno di noi che ha saputo scrivere per ricordare tutti noi, chi c’è e chi c’è stato e anche chi ci sarà domani.

Il libro è dedicato ad Emanuela e a tutti i poliziotti ed era inevitabile Capo: è un canto d’amore e ci sono amori che vanno oltre la vita.

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