Il 14 luglio 2018 è entrato in vigore il Decreto Dignità per poi essere convertito in legge in agosto, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale come Legge 96/2018. Il DL tocca svariate tematiche, dalla semplificazione fiscale al contrasto alla delocalizzazione, ma ha il merito speciale di aver presentato un vero e proprio unicum mondiale con l’articolo 9, quello sul contrasto al disturbo da gioco d’azzardo.

Perché unicum? Perché tra i commi vi è il divieto di pubblicità e sponsorizzazione per il gioco d’azzardo, un “total ban” che non ha precedenti al mondo. Concetto più volte sottolineato durante la Iagr Conference di Copenaghen (conferenza organizzata dalla International Association of Gaming Regulators) durante la quale, tra i vari panel, si è discusso anche della situazione italiana segnalata come “uno dei temi di maggiore interesse in questo momento per l’industria globale del gaming”.

Ci sono casi di divieto della pubblicità nel mondo?

L’Italia, nella ragione o nel torto, sta facendo in qualche modo la storia. Esistono casi simili nel mondo ma non sono assimilabili alla giurisprudenza italiana. Giappone, Macao, Singapore e Australia applicano limitazioni specifiche rispetto ad alcune azioni di marketing o segmenti pubblicitari, ma che poco hanno a che vedere con la cancellazione totale.

Il Belgio, invece, sta per introdurre una nuova legislazione in materia di giochi di casinò online e scommesse online, con particolare focus sulla pubblicità: i casinò games potranno fare pubblicità solo sui loro siti e ricorrere al direct marketing (comunicazione promozionale ad un utente specifico); per le scommesse online non si potrà fare pubblicità durante gli eventi sportivi, nei programmi per minori e comunque non prima delle ore 20.00. Promozioni e bonus potranno stare solo sui siti degli stessi operatori. Insomma, siamo sempre distanti dal modello italiano.

Cosa prevede l’articolo 9 del Decreto Dignità italiano?

Ricordiamo con breve sintesi che il decreto prevede:

  • il divieto di ogni pubblicità o sponsorizzazione per gioco o scommesse. Riguardo la pubblicità, i contratti stipulati entro il 14 luglio 2018 avranno valore sino a un anno dalla stipula e faranno fede alle norme previgenti. Riguardo le sponsorizzazioni, i contratti stipulati entro il 14 luglio 2018 cesseranno in ogni caso la loro validità entro il 1° gennaio 2019;
  • sostituzione della locuzione “ludopatia” con “disturbo da gioco d’azzardo”;
  • installazione del lettore per la tessera sanitaria sulle slot entro il 1° gennaio 2020 e aggiunta della scritta “nuove gravemente alla salute” su slot e gratta e vinci;
  • aumento graduale nei prossimi 5 anni del prelievo erariale unico sugli apparecchi;
  • esposizione del nuovo logo “No slot” per quegli esercenti che scelgono di non dotarsi di slot all’interno del locale.

Pubblicità no

Le ricerche della Gambling Commission hanno portato il tema della pubblicità per l’azzardo sotto i riflettori anche in Gran Bretagna, uno dei paesi al mondo dove si gioca di più e il settore è molto ramificato e strutturato. Così come nel Belpaese anche in UK il gioco è molto frequente tra i minori, per alcuni in forma problematica. Nell’occhio del ciclone ci sono i giochi gratuiti sui social sviluppati dalle stesse società che producono le slot d’oltremanica, molto attraenti per i più giovani. La pratica dei “free spins” ha contribuito ad avvicinare molti potenziali giocatori anche in Italia, lo sviluppo di molti classici del casinò (slot, poker, roulette…) in versione mobile  ha portato il giro d’affari del gambling online nostrano a crescere con ritmi vertiginosi.

L’Italia potrebbe aver innescato un trend europeo, nel frattempo alle latitudini dello stivale molti esultano: associazioni consumatori, Chiesa, impiegati nel settore di cura e prevenzione delle ludopatia. La ricerca sociale è colma di contributi sulle potenzialità negative della reclame nell’invogliare al gioco d’azzardo, soprattutto su soggetti a rischio e giovani, il Decreto di Luigi Di Maio trova manforte nella sensazione di pervasività che la pubblicità del gioco ha dato fino ad ora dovuta anche alla presenza di tanti player sul mercato italiano (saturo).

Pubblicità: sì

Tendenzialmente chi è contro la cancellazione della pubblicità per l’azzardo sono gli addetti ai lavori e i diretti interessati. La conferenza di Copenaghen ha descritto il ban italiano come uno strumento pericoloso e incoerente. La situazione attuale è stata spiegata dal legale Valerie Peano di Egla, European Gambling Lawyers & Advisors ripercorrendo le leggi antecedenti: il decreto Balduzzi e la legge di Stabilità del 2016. In sostanza limiti ce n’erano già ma sono stati spazzati via dal legislatore che non ha tenuto conto della Raccomandazione della Commissione europea del 2014, nella quale si illustrava agli Stati membri che vietare la pubblicità dei giochi online sarebbe stato pericoloso in quanto avrebbe reso indistinguibile l’offerta legale da quella illegale.

Questo è il leitmotiv di chi difende la pubblicità: serve a discernere il gioco lecito da quello illecito. Ma il vicepremier in quota 5 Stelle non ci sta e rilancia così su Facebook contro i suoi detrattori: “Vietare la pubblicità al gioco d’azzardo è un passo storico di grande valore culturale. Sono convinto che non distruggerà il settore del gioco legale e per quanto riguarda gli investimenti pubblicitari semplicemente verranno sostituiti da quelli di altre industrie, come è avvenuto quando è stata vietata la pubblicità al tabacco”. Insomma, possono esserci speranze che il decreto venga arricchito con nuovi elementi riguardo il gioco d’azzardo figli di un tavolo di confronto tra governo e operatori del settore, ma la pubblicità, almeno per il momento, resterà in stop.

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