Paolo-Tarso(di Giulio Perrotta) Francesco Esposito è l’autore de “Il Cristianesimo: un’invenzione di San Paolo“, edito dalla UnoEditori. Un saggio che ripercorre l’opera di Paolo di Tarso, ovvero San Paolo. Insieme all’autore andremo alla scoperta di un personaggio dai contorni assai misteriosi e poco “cristiani”.

Buongiorno Francesco. Qual è il motivo che ti ha spinto a scrivere questo libro?

Prima di tutto per informare. A sedici anni, vista la mia formazione prettamente cattolica, affascinato dalla lettura de “Le Confessioni” di Agostino d’Ippona e del mondo ecclesiastico in generale, avevo deciso di iniziare una formazione specifica per diventare diacono. Ovviamente non mi sono limitato ai semplici testi che mi venivano offerti da chi insegnava in seminario, ma ho iniziato uno studio completo delle origini del cristianesimo facendo un semplice ragionamento: per rispetto mio, e di chi in futuro mi ascolterà, ho il dovere di conoscere il fondamento storico di quella che è la mia religione. Iniziando ad entrare nel profondo, studiando non solo i testi di accademici laici e religiosi, ma anche i testi degli autori patristici dei primi tre secoli, scoprii che la verità storica era profondamente diversa da come veniva insegnata alle famiglie durante le celebrazioni della Domenica. Questa consapevolezza di un effettivo spaccato fra “versione per le famiglie” e “versione per gli studiosi” mi ha allontanato da quella che poteva essere la mia aspirazione, ma non dallo studio attento, profondo e rispettoso dei testi. Purtroppo l’esistenza di questo “spaccato” è ignorato dalla maggior parte di chi si professa cristiano credente e praticante, ed è per questo che ho deciso di mettere su carta le mie conoscenze.

Qual è stato il tuo percorso di studi?

Diversamente da quello che si può pensare non ho fatto il liceo, ma mi sono diplomato come ragioniere commerciale e programmatore. Ma poco più che quindicenne, grazie anche alla mia professoressa di Storia e Letteratura che mi ha fatto conoscere “Il nome della Rosa”, rimasi affascinato sia dal mondo religioso (ho già parlato de “Le Confessioni) che da quello umanistico. Appena diplomato spesi l’intera estate studiando su un enorme manuale di filosofia riuscendo a passare i test d’ingresso per la facoltà di studi umanistici presso l’Università della Calabria, laureandomi dopo cinque anni in Scienze Filosofiche. E come è ovvio, durante questo percorso, non ho abbandonato di certo gli studi sul cristianesimo primitivo e la patristica antica, che mi accompagnano da quasi quindici anni.

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Il tuo libro si basa principalmente su San Paolo. Puoi dirci chi è secondo la tradizione cristiana, e cosa rappresenta per i cristiani?

Iniziamo con il dire una cosa banale, ma che molti “disinteressati della Domenica” (quelli che si limitano ad andare a Messa) quasi certamente non sanno: non si hanno certezze sull’identità di Paolo. La figura di Saulo (o Shaul), conosciuto poi come Paolo di Tarso, è piuttosto ambigua. Fondamentalmente sappiamo di lui solo dalle lettere scritte di suo pugno (in totale sette, su quattordici presenti nel canone del Nuovo Testamento), dagli Atti degli Apostoli (scritti da Luca, la cui tradizione lo identifica come suo discepolo) e dalle testimonianze dei primi vescovi e padri della Chiesa già dalla fine del I secolo. Secondo la tradizione cristiana, Paolo è l’Apostolo dei Gentili, cioè l’uomo che ha avuto un mandato direttamente dal Gesù risorto per evangelizzare i popoli pagani (At 9, 1-9; At 22, 1-5; 2Cor 12, 1-5), e sempre secondo tradizione è accostato alla persona considerata l’autorità principe degli Apostoli, cioè Pietro. In definitiva Pietro e Paolo sono, secondo la tradizione cristiano-cattolica, il fondamento dell’opera evangelizzatrice, le colonne salde che si poggiano sulla base data da Gesù.

Ma chi è veramente Paolo?

Conscio del fatto che su Paolo non abbiamo certezze storiche evidenti, salvo le sette lettere accademicamente riconosciute come sue, mi affaccio al testo con profondo rispetto limitandomi a raccontare ciò che leggo. Chi conosce Mauro Biglino (che ha curato la prefazione del mio libro), conosce anche il suo metodo di studi: l’analisi letterale dei testi; perché l’unica certezza che abbiamo quando leggiamo un testo è proprio la sua lettura letterale. Leggendo le sette lettere di Paolo (Tessalonicesi, Prima e Seconda ai Corinzi, Galati, Romani, Filippesi e Filemone), allo stesso modo di come se leggessimo un diario, la figura dell’Apostolo dei Gentili si palesa in maniera chiarissima. Si presenta alla comunità apostolica come suo feroce persecutore, ma dopo una visione estatica rivendica un preciso diritto apostolico che non gli è mai appartenuto. Procede così con una sua personalissima opera di conversione fra i pagani, ma allo stesso tempo allontanando i giudei dalla loro tradizione ebraica. Dalla semplice lettura dei testi veniamo a conoscenza di profondi dissidi fra il suo piccolo movimento e la forte e radicata comunità gerosolimitana (gli Apostoli guidati da Giacomo, fratello di Gesù), a causa di una sua “rilettura, per non dire una riscrittura delle Scritture” (come scrive Giuseppe Barbaglio, uno dei massimi esperti italiani su Gesù ed il Cristianesimo primitivo). Una tale re-interpretazione delle Scritture ed un tale accanimento verso una certa branca del giudaismo vanno chiaramente a cozzare contro il tumultuoso periodo storico in cui Paolo scrive ed opera (ci troviamo nel cuore pulsante delle vicende messianiche e vicini al culmine delle Guerre Giudaiche). Lo stesso Paolo non si limita, inoltre, a rimettere in discussione parte del giudaismo introducendo elementi estranei alla cultura ebraica e provenienti dalla cultura greca (e cito gli studi di Antonio Pitta, docente di Nuovo Testamento alla Pontificia Università Lateranense, considerato uno dei massimi esperti di Paolo in Italia), ma ribalta il concetto puramente ebraico di Messia e di Regno di Dio (in questo caso saranno rilevanti gli studi di Mauro Pesce, fra i più conosciuti biblisti in Italia). Come scrivo anche nell’introduzione del mio libro, ho voluto iniziare dall’inizio. Molte volte, quando ci si approccia agli studi sul Nuovo Testamento lo si fa cominciando dai Vangeli, perché è così che la Bibbia presenta la serie di libri: Vangeli, Lettere Apostoliche e Apocalisse. In realtà i primi documenti cristiani storicamente riconosciuti sono le sette lettere di Paolo, e da qui è importante dover iniziare. Ovviamente le sole lettere non sono sufficienti senza una conoscenza quantomeno basilare del contesto storico di riferimento. Ed è per questo che prima di iniziare ad analizzare le sette lettere paoline descrivo quella che era la situazione politica e sociale della Palestina del I secolo. Nel mio libro vi sono riferimenti a Gesù (anche molto interessanti, soprattutto sulla mancata verginità di Maria), ma tendo ad entrare nello specifico con i suoi più stretti collaboratori, perché saranno questi, dopo la morte del loro maestro, che si confronteranno con lo stesso Paolo.

In definitiva, cosa introduce il tuo testo?

“Il Cristianesimo. Un’invenzione di ‘San’ Paolo” non vuole essere un libro di divulgazione scientifica, ma un lavoro semplice destinato a tutte quelle persone che, seppur spinte da curiosità, si sono sempre tenute lontane da questo genere di studi perché falsamente convinte della difficoltà di tale argomento. Persino la bibliografia è stata direzionata per questo preciso scopo, citando sì autori di peso, ma testi che possono essere facilmente reperiti da tutti e soprattutto in lingua italiana. Leggendo questo libro si scoprirà che la lettura dei testi biblici, e soprattutto il loro studio accurato, è molo affascinante, e può aprire un mondo completamente nuovo e soprattutto diverso da quella che è la tradizione ufficiale, che viene messa in discussione dalla semplice lettura del testo biblico.

Grazie per averci accompagnato in questo viaggio.

Grazie a te e a tutta la redazione.

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