di Giovanni Reho – In ogni complessa vicenda umana può prevalere l’io o il . L’io è l’istanza primordiale ed istintiva che tende ad auto-centrarsi, a chiudersi e a comprimersi con uno sforzo quasi muscolare che ingabbia ogni energia vitale della persona, consumata in un groviglio indistinto di egoismo, angoscia e panico.

L’io reagisce con modalità del pari inappropriate quando, pur dissimulando un’intensa inquietudine verso ogni fenomeno incontrollabile, ostenta un senso di invincibilità e intangibilità che si traduce in pensieri e comportamenti di effimera potenza narcisistica che sfidano il contesto di realtà per affermare una presunta superiorità e onnipotenza rispetto alla condizione altrui.

In entrambi i casi, l’io autocentrato e autoreferenziale manifesta la propria inadeguatezza e la propria difficoltà esistenziale rispetto all’emergenza della vicenda umana, nella totale assenza disgregante di risorse da organizzare con controllo e competenza.

La vulnerabilità dell’io, nelle espressioni descritte, conferma un senso, inconsapevole o rimosso, di incolmabile sfiducia verso sé stessi che genera incapacità di amministrare ogni contingenza critica, con inevitabili esiti controproducenti e prevedibili effetti dannosi per sé e gli altri.

Il sé ha coscienza, ha paura e non nega il proprio disorientamento. Può sperimentare soglie di potente inadeguatezza rispetto alla dimensione ignota e incerta della propria esperienza umana. Avverte l’affanno dell’esistere ma non si annulla nell’illusoria ricerca di protezioni infantili e non ostenta qualità di resilienza invincibile. Il suo destino non è separato e distinto da quello altrui e riconosce i propri limiti invalicabili.

Il Sé penetra nel profondo del proprio valore esistenziale e della propria capacità di percezione consapevole che trascendono la contingenza effimera e terrena della vicenda umana.

Il Sé è la dimensione miracolosa dell’umano che permea ogni suo agire di significato e altruismo.

La recente drammatica esperienza del coronavirus è in grado di provocare forme di implosione dell’io oppure di attivare l’organizzazione del che mobilita le risorse adattive della persona umana, la sua capacità di auto-regolamentazione e di disciplina interiore, indispensabili nella gestione di ogni esperienza critica.

Un virus invisibile che cerca il contagio per sopravvivere provoca una rappresentazione terrificante di impotenza e di morte. Il ha il compito di confrontarsi intimamente con tale rappresentazione e di dominarla attraverso l’elaborazione interiore dei propri limiti.

La percezione emotiva e fisica dell’esistenza minacciata induce il sé a reperire forme consapevoli di organizzazione ed integrazione del proprio vissuto interiore rispetto alle urgenze della realtà, contro ogni più irrealistica previsione dell’io che può minimizzare l’emergenza oggettiva oppure delineare scenari di catastrofi insuperabili.

Il sé è coscienza articolata e complessa, la sola a disporre, secondo una pluralità di sfumature, di capacità di astrazione e concretezza negata all’io istintivo.

Il risponde all’emergenza attraverso l’esame essenziale e lucido della realtà che precede l’organizzazione strutturata del pensiero razionale e dell’azione logica nei differenti ambiti coinvolti individuale, interpersonale e sociale.

Il virus rappresenta un pericolo immanente per l’esistenza umana che attiva le risorse del con finalità proattive e protettive. Il virus muore quando non passa da un corpo all’altro, quando non può nutrirsi di un altro essere umano. Devo impedire che il mio corpo sia approdo del virus e ponte per il suo trasferimento nel corpo altrui.

Il pericolo, che trascina l’io istintivo nel buio di incontenibili rappresentazioni mortifere che paralizzano le risorse del pensiero e dell’azione, è trasformato dal in motivo di raccoglimento interiore ed al contempo in fattore di reazione vitale.

Il virus rimanda il alla dimensione atavica della lotta per la propria sopravvivenza che innesca la necessità di riconsiderare e rimodulare le priorità valoriali dell’esistenza: libertà, responsabilità, solidarietà, adattamento e cambiamento, senso dell’esistenza.

La libertà è bene e valore.

In quanto “bene” esprime la sua natura incomprimibile e assoluta. In quanto “valore” si declina nella sua funzione relativa, armonica e critica.

Il è in grado di guidare la libertà come “valore” verso forme di attenuazione o di limitazione nel rispetto delle esigenze dettate dal contesto oggettivo (funzione relativa), con la capacità di regolamentazione del suo ambito e della sua ampiezza, in considerazione della necessaria prevalenza e graduazione del principio di responsabilità o di altra priorità valoriale dell’esistenza (funzione armonica).

La consapevolezza della limitazione alla libertà come “valore” impone una vigilanza attiva del sul contesto di riferimento (funzione critica) senza la quale può rischiare processi insidiosi di controllo altrui (attraverso molteplici forme anche sfumate ma altrettanto pericolose) in grado di mettere a repentaglio la naturale assolutezza ed incomprimibilità della libertà come “bene”.

La libertà è un “bene” prezioso e fragile; plasmabile ma non manipolabile. Nasce con noi e convive in noi, disvelandosi attraverso la consapevolezza del . Il suo rinvenimento è frutto di lento esercizio e di graduale conoscenza intima di sé. Può essere insegnato ma non imposto.

E’ un bene che il è in grado di sperimentare nelle sue affascinanti sfumature vitali e nelle sue esuberanti potenzialità creative. E’ un bene sommamente infinito, ma segretamente non infrangibile. Sensibilissimo ad ogni ambito di abuso proprio ed altrui, pretende rispetto intransigente che a sua volta elargisce al con incondizionata generosità.

Le libertà senza controllo e senza perimetri di contenimento sono appannaggio dell’io egoico spasmodicamente alla ricerca di emozioni eudemoniche, per loro natura non durevoli ed ingannevoli che scadono in un moto compulsivo di dipendenza e di frustrazione.

La responsabilità è intima risorsa del .

In quanto espressione connaturata del , essa contempla e rispetta il dovere giuridico che viene tuttavia anticipato, preceduto e completato in un rapporto di lucida antitesi critica in prospettiva edificante e non demolitoria del precetto normativo.

Responsabilità è impegno a rispondere delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano, per sé e gli altri. Anche in questo caso, l’impegno alla responsabilità nel senso indicato non deriva da un sistema normativo esterno ma da un ordine interiore proprio del , dotato di una sensibilità precettiva preordinata sebbene in permanente confronto con la realtà di riferimento.

Responsabilità è riconoscimento dell’altro e del legame indissolubile con il prossimo. La maturazione del coincide con la percezione più sensibile e raffinata di tale dato esistenziale imprescindibile. La responsabilità verso la mia esistenza è l’intimo risultato della consapevolezza del valore incondizionato della vita altrui. L’io egoico che equivoca tale principio è la causa di ogni forma di violenza verso il proprio simile.

Compito responsabile del è imporre all’io istintivo l’esistenza dell’altro come limite invalicabile al libero arbitrio di un “ego” senza meta.

L’attacco del virus rimanda ad uno spirito istintivo di solidarietà contro il nemico e afferma una modalità di comunanza associativa che insorge spontaneamente contro l’antagonista.

Il sé, pur riconoscendo l’umanità autentica di tale spirito aggregativo, è consapevole della sua intrinseca insufficienza e disorganizzazione ed invoca il coinvolgimento di una dimensione ordinata e strutturata per trasformare l’innato moto solidaristico in risorsa regolamentata ed energia disciplinata, secondo una capacità di risposta al pericolo che tiene conto di ogni scenario evolutivo prevedibile.

Solidarietà è espressione corale di una priorità valoriale dell’esistenza in ogni ambito di competenza e impegno civico e sociale. Solidarietà è espressione organica che raggruppa e interconnette ogni elemento individuale e collettivo coinvolto, nel rispetto di una dinamica di scambio e circolarità di conoscenza e informazione, che include espressioni opposte e contrapposte da valorizzare e sintetizzare all’interno di una visione contemperante, unitaria e vitale.

A causa della scarsa interiorizzazione delle priorità valoriali dell’esistenza, l’io istintivo può essere refrattario a percepire e considerare la decisività di tale espressione corale.

L’io istintivo è talvolta condiscendente ma è insidiosamente indisponibile ad una autentica adesione solidale disciplinata. L’indisponibilità di tale espressione dell’io ha sperimentato nella storia umana la necessità di forme di solidarietà “coercitiva” che, per il perseguimento del superiore obiettivo comune, innescano meccanismi più rigorosi nei confronti di ogni volontà decontestualizzata rispetto alla necessità contingente. Anche la vicenda attuale della lotta contro il virus sta sperimentando la necessità di interventi di restrizione rispetto a comportamenti refrattarie per i quali l’adesione solidale nell’emergenza contro il virus non è spontanea e tempestiva, compromettendo la possibilità di salvare vite umane.

Solidarietà è predisposizione empatica del al bisogno dell’altro del quale condivide fragilità e destino.

La morte del virus è l’obiettivo per la salvezza di “tutti”, secondo una proiezione comunitaria ampia che non si limita alla solidarietà prossimale all’interno di un cerchio determinato di affetti selezionati e prescelti ma che, andando oltre, coglie la concretezza della solidarietà universale che non conosce distinzioni secondo categorie mentali di privilegio tra gli uni e gli altri e che anzi, attraverso la valorizzazione di un percorso altruistico incondizionatamente inclusivo, approda alla consapevolezza non retorica dell’uguaglianza esistenziale tra il sé e “altro”. Quest’ultimo è portatore del proprio sé individuale che donato alla dimensione solidale umana diventa risorsa partecipativa e ricchezza collettiva.

Nel dramma generale dell’attacco del virus, l’io egoista non è in grado di accedere ad alcuna dimensione di solidarietà o di eguaglianza ed anzi erige infrangibili barriere di bieca discriminazione tra “io” e “l’altro”.

Quale motivo di egoistica rassicurazione, l’io istintivo stabilisce una cinica distinzione tra il destino della “categoria” dell’altro più debole che “muore” dall’attacco del virus e quella dell’altro che “non muore” perché fisicamente più forte.

L’io egoistico coltiva intimamente la presunzione di accampare il diritto ad una sorta di franchigia a continuare a vivere nel proprio algido disinteresse per l’avverso destino “dell’altro” più fragile ed esposto, adottando condotte di marcata irresponsabilità sociale che enfatizzano la propria estraneità rispetto al recrudescente dramma collettivo.

La solidarietà del sé chiede aiuto e ha bisogno dell’altro in un rapporto di reciproco scambio.

La disponibilità all’aiuto reciproco rinnova la consapevolezza dell’uguaglianza ontologica tra gli esseri umani e rinsalda il sentimento di intangibile fratellanza e appartenenza comune.

Il supera la paura della solitudine riscoprendo il calore dell’insieme comunitario che, nella drammatica esperienza della lotta contro il virus, trasforma la socialità negata in un orizzonte relazionale nuovo che impone di isolare il mio corpo da quello altrui senza tuttavia separare il comune destino e il fraterno anelito universale di vita.

Non ho bisogno di conoscere il tuo nome e il tuo luogo. Qualunque sia la regione lontana della Terra alla quale appartieni, Tu per me esisti.

La coscienza solidale del sé, attraverso la verità spirituale che si sublima nella Preghiera, annulla la distanza geografica dell’altro.

Nell’impossibilità di toccare la tua mano e di vedere il colore della tua sofferenza, vivo la tua stessa paura e il tuo stesso terrore e condivido il tuo stesso trepidante bisogno di speranza e il tuo stesso implorante desiderio di salvezza.

Spero nella tua vita quanto nella mia. Abbiamo insieme altre sfide da affrontare per l’amore, la giustizia e la pace e la difesa del luogo terreno nel quale ogni nostra sfida è ancora possibile.

La tragica esperienza di lotta contro il virus contempla la necessità di risorse di adattamento e di cambiamento.

La risposta al virus impone strategie rigorose e un forte ridimensionamento delle nostre abitudini. Come in guerra scattano misure di attacco e di difesa che modificano la nostra vita quotidiana.

Da un giorno all’altro siamo diventati reclute improvvisate di una guerra esplosa senza preavviso. Siamo costretti ad indossare un armamentario militare d’emergenza e a chiuderci in trincea.

Siamo soldati senza addestramento destinati ad un conflitto che non è scoppiato per un irreparabile incidente diplomatico tra Stati sovrani, ma per un cortocircuito che la nostra presenza sulla Terra ha scatenato negli equilibri naturali.

Improvvisamente, viviamo l’incubo terrificante di non essere più parte centrale del ‘nostro’ ecosistema e di essere trasgressori di regole ancestrali di cui non conosciamo molti insondabili misteri.

Mentre il virus ci assale tentando di scardinare le nostre sicurezze, siamo pervasi da una sensazione di estraneità rispetto al luogo in cui viviamo, come se fossimo stranieri e nemici all’interno di un luogo terrestre che sembrava familiare.

Siamo atterriti all’idea che la Terra non ci riconosca più come abitanti privilegiati e che il virus si sia scagliato contro la nostra esistenza per colpevolizzare la nostra intollerabile aggressione. Sembra quasi che il virus appartenga al pianeta più di noi e la Terra se ne stia servendo sganciandoci contro i suoi anticorpi.

Si tratta di una immagine suggestiva, ma lo scenario che evoca impone di ripensare al nostro modo di abitare il luogo che ci ha generosamente ospitato. Dovremo riconsiderare un dato di fatto inconfutabile. Siamo debitori morosi di riconoscenza per non avere scambiato con la Terra una relazione amicale, rispettosa, disciplinata ed armoniosa. L’inquinamento di ogni forma sublime di creazione terrestre segue in modo visibile un processo di inarrestabile corruzione secondo le leggi della natura che l’uomo stesso ha stravolto con le quali indugia a riconciliarsi.

Qualunque sia l’imperscrutabile origine del virulento attacco del ‘mostro’, altro dato inoppugnabile è che il virus ha una capacità di attacco totale sulle nostre difese. Il virus colpisce il bene supremo della vita e pervade i gangli vitali della nostra dimensione individuale e sociale rendendo la sua insidia ancora più drammatica e dirompente.

E’ come se il virus disponesse di una misteriosa intelligenza bellica particolarmente specializzata contro la specie umana che gli consente di accedere a tutti i nostri ambiti più vulnerabili iniettando veleni altamente nocivi.

Il virus ha sinistre modalità infiltranti e ha l’effetto di provocare una sospettosità paranoide nei confronti di ogni relazione umana, anche la più intima nella quale, poco prima, avevamo riposto fiducia.

Il ‘mostro’ induce a concepire come nemico il nostro stesso simile e ha l’abilità di apparire, nel mondo sconcertato della nostra emotività, come un fattore quasi secondario non decisivo.

Il mimetismo malefico del ‘mostro’ consegna il profilo di nemico al nostro simile più insospettabile che assume e personifica il ruolo di “untore”.

La strategia di mascheramento del virus e la sua impressionante proliferazione provocano profonde spaccature tra gli esseri umani e scatenano complicate dinamiche conflittuali in ogni ambito e livello sociale ed istituzionale, rendendo la reazione organizzata e disciplinata contro la minaccia per la nostra sopravvivenza ancora più problematica e complessa.

Nel frattempo, il ‘mostro’ imperversa e distrugge inesorabilmente vite umane, famiglie e intere comunità di anziani restituendoci uno scenario drammaticamente impietoso e luttuoso.

La reazione del è umile ed operosa in ogni linea di attacco contro il virus, secondo un ordine che privilegia la dedizione silenziosa e la concretezza quotidiana della propria missione.

La reazione del è la sublimazione delle energie adattive che sgorgano dal senso più autentico di solidarietà umana e di appartenenza al comune destino, rappresentando l’elemento decisivo sul quale è riposto ogni nostro anelito di speranza.

Nell’adattamento resiliente del emergono i tratti miracolosi di una umanità buona e forte che permea ogni suo agire di significato e altruismo.

Durante la fase di adattamento, si intuisce la ‘transizione’ alla quale la nostra esperienza si avvia. E’ un training quotidiano che si accetta a malincuore, eppure la trasformazione della nostra vita diventa ogni giorno più evidente ed inevitabile.

E’ incredibile come la nostra preoccupazione non sia più il tempo che scorre e l’ansia di stargli dietro, quanto un senso di malinconica inquietudine e di tremante agitazione nell’osservare le nostre abitudini che escono una dopo l’altra dal nostro presente ed altre, ignorate in passato, che si impossessano della nostra vita.

Adattarsi è sempre una ‘guerra’ di posizione tra una realtà che ci appartiene ed un’altra che deve prendere il suo posto. Il presente, costruito tappa dopo tappa nel passato e il futuro, per il quale non abbiamo sufficienti luci per esplorarlo, sgomitano l’uno contro l’altro tentando di spingere l’avversario oltre il ring della nostra esperienza.

La minaccia del virus non accetta esitazioni. Il ridimensionamento del presente è drastico e, durante la battaglia, giorno dopo giorno, si scolora come foglie in autunno. Adattamento è già parte di trasformazione del , il cui compito è stabilire un nuovo ordine interiore alla ricerca di un rinnovato faticoso equilibrio.

Durante questa fase, il è già in grado di proiezione oltre il presente e comprende che la sfida contro il virus coinvolge ogni propria istanza vitale attraverso dure prove e la necessità di un cambiamento, non solo adattivo, che inciderà sul proprio senso esistenziale.

Il primo vero cambiamento è “fermarsi”. Riflettere su quello che è entrato dalla porta della nostra vita.  Capire cosa sta accadendo e comprendere che il futuro ci impone di reperire nuove strategie di orientamento.

Negli ultimi decenni i ‘cambiamenti’ sono stati talmente avvolgenti e repentini che non ci consentivano di fermarci e di riflettere. Siamo saliti su una montagna russa che girava all’impazzata. Nell’assuefazione della corsa abbiamo pensato di sostenere velocità sempre crescenti e, nel frattempo, lungo le repentine accelerazioni della storia, si annidava in noi un senso disturbante di smarrimento che abbiamo messo a tacere. Mentre, nel frattempo, la storia non indugiava ad inventariare i costi per l’intera umanità.

Improvvisamente il ‘mostro’ invisibile ha fermato la giostra ordinandoci di scendere in tutta fretta. Dopo molto tempo, siamo stati costretti a mettere i piedi per terra. Una violenta crisi vertiginosa ci costringe a svegliarci, ad aprire gli occhi alla ricerca di un sostegno per non cadere.

Con destrezza impressionante il ‘mostro’ ha movimentato davanti a noi uno specchio gigantesco sul quale ci siamo lasciati cadere con il peso del nostro corpo per sorreggerci.

Abbiamo richiuso gli occhi per difenderci dal disorientamento inquietante e dal baratro emotivo. Il nemico è arrivato senza preavviso. Non eravamo pronti alla sfida contro un ‘mostro’ invisibile che combatte con armi potenti e strategie imprevedibili.

All’improvviso, ci sorprende come sia possibile osservarci allo specchio ad occhi chiusi alla ricerca di segnali interiori.

Siamo obbligati a rispecchiarci dal di dentro senza fronzoli o mediazioni, mentre ci pervade la paura dell’incertezza del futuro. D’un tratto non siamo interessati alla piega dei capelli, alla barba incolta, alle rughe che avanzano e ai vestiti indossati come capita. Lo specchio del ‘mostro’ ci rimanda alla nostra immagine profonda e alla dimensione intima trascurate da tempo, che attendono di essere recuperate dal buio.

Era tutto ‘relativo’ nella sfrenata corsa sulla giostra. Diritti, doveri, regole. Fede, valori. Talento, competenze. Secondo i nostri bisogni, eravamo maestri nell’addomesticarli e ad indirizzarli nel tunnel del nostro egoismo.

Eravamo convinti di essere artefici e dominatori di ogni avvenimento quando in realtà eravamo prede di trasformazioni assetate di ninfa delle nostre radici umane più autentiche.

Il cambiamento ha manipolato le nostre vite e ha sedotto le nostre retrovie più fragili: il bisogno di benessere senza anima che ci inebriava privandoci di reazione critica. Giganti dell’effimero e nani nella consapevolezza di sé. Vincitori di conquiste illusorie o parziali; mentre ingiustizie, discriminazioni e diseguaglianze pagano il conto sul piano umano e sociale.

Abbiamo paura di morire e qualcosa nel nostro spirito si risveglia.

Forse possiamo ancora raccogliere tra le macerie quello che ci appartiene. Combattere il ‘mostro dallo specchio potente’ e ripartire alla ricerca di un cambiamento nuovo.

Cambiare è scoperta e ritorno.

Il cambiamento riparte dal ritorno alla casa sicura che abbiamo abbandonato e nel tempo demolito. Tra i rottami bisogna recuperare le vere impronte della nostra esistenza. Riprenderci la nostra vita in un rapporto di appartenenza autentica che trascenda il senso comune delle cose.

Possiamo ancora recuperare la consapevolezza della nostra preziosità che non si misura sulla bilancia del potere e del denaro ma sul piano leggero della semplicità, l’arma invincibile che ci apre all’ascolto di noi e del prossimo con sobrietà e concretezza.

Cambiare richiede ordine interiore e significa prepararsi al futuro incerto che ci attende, senza pretese di controllarlo in anticipo.  Cambiamento è rimanere desti con la sorpresa negli occhi per quanto di buono potrà accadere dopo la tempesta. Con la speranza dell’uomo umile che guarda al cielo ed invoca il Padre; sorride nel cuore e china il capo e poi, con mani sicure, ritorna al lavoro nella propria bottega.

Ogni cambiamento interiore è intimamente legato al senso della nostra esistenza che non è vivere e morire secondo un macabro ciclo di alternanza sulla Terra. Cambiare significa stabilire in quale direzione orientare il nostro nuovo cammino.

Lo specchio doloroso che abbiamo davanti ci sta cambiando e non possiamo impedirglielo. Sforziamoci di riflettere e di svoltare perché nulla sia stato vano.

Dalle nostre ‘prigioni’ domestiche possiamo cercare le tracce del disegno misterioso ed affascinante del dono della Vita.

Sappiamo in che cosa abbiamo sbagliato e ciascuno di noi può combattere per cambiarsi, anche una cosa sola per volta. Allora, ci guarderemo l’un l’altro e vedremo la luce dei nostri occhi brillare e tra anime di buona volontà saremo più uniti e solidali verso la meta comune.

Quando arriverà il giorno della vittoria, avremo gli occhi pieni di lacrime da consumare di gioia, ci abbracceremo tutti quanti senza paura e finalmente scenderemo nelle piazze ad urlare “Grazie! Grazie! Grazie”.

Giovanni Reho

Comments

comments