E’ nelle librerie da pochi giorni il nuovo libro di Michele Vietti, vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, intitolato “Facciamo Giustizia”. Il testo, edito da Egea, la casa editrice dell’Università Bocconi di Milano, segue ad un anno di distanza dall’apprezzato volume “La Fatica dei Giusti”.

Vietti fornisce una lucida e approfondita analisi sullo stato della giustizia in Italia e sviluppa riflessioni pertinenti offrendo possibili ed auspicabili soluzioni.
Tra i vari temi trattati vi sono: le impugnazioni; le alternative processuali; l’appello penale; la prescrizione; le sanzioni alternatove e migliorative della detenzione; la lotta alla corruzione; la privacy e le intercettazioni; la responsabilità dei magistrati.
La prefazione é di Mario Monti, il quale spiega come il tema della giustizia sia strettamente legato all’economia e agli investitori.
Particolare importanza quindi assume il capitolo sul contenzioso civile che versa in una situazione drammatica. Non solo l’ingolfamento della macchina giudiziaria crea danni economici ma non risolve le aspettative dei cittadini.
Vietti ricorda il triste primato dell’Italia nel numero di procedimenti pendenti e le numerose condanne dell’Europa subite dall’Italia per lo stato in cui versa la giustizia.
“Per affrontare la situazione – argomenta Vietti nel suo libro – é indispensabile introdurre forme di tutela che superino la lettura “tribunale-centrica” dell’art.24 della Costituzione”.
Secondo Vietti, quindi, il ricorso alla giurisdizione va considerato un estremo rimedio, esperibile solo quando ogni altro mezzo di risoluzione del conflitto é stato tentato.
Il modello da sviluppare é quello delle risoluzioni alternative, dei metodi ADR. Vietti guarda con molte speranze all’istututo della mediazione.
“La perdita dell’obbligatorietà del tentativo di mediazione in seguito alla sentenza della Consulta – afferma Vietti – inciderà sull’effettivo utilizzo dell’istituto ma ero e resto convinto che l’unico modo realmente efficace per indurre i cittadini ad utilizzare lo strumento sia quello di prevederne l’obbligatorietà”.
Per Vietti il motivo é principalmente culturale. Gli adr esistono da quindici anni ma solo con l’obbligatorietà si sono ottenuti importanti risultati. Nel 2011 si é registrato un calo del 30% delle iscrizioni a ruolo per le materie oggetto della mediazione, con una partecipazione delle parti che é andata crescendo dal 28 sino al 35% del totale.
L’obbligo, quindi, almeno in una prima fase, avrebbe rappresentato uno “strumento educativo”.
La mediazione non si é affatto svuotata d’importanza, dopo la sentenza della Consulta, anzi. Il modello vincente, secondo Vietti, sta nella specializzazione: “solo con una preparazione tecnica ed una capacità di persuasione adeguata al livello di contenzioso trattato i mediatori potranno guadagnarsi quella autorevolezza che sarà un fattore decisivo per il successo dell’istituto”.
Quindi l’obbligatorietà non basta, occorre anche la motivazione delle parti.
Occorre un cambiamento culturale dove i professionisti dovranno impegnarsi e non vedere più le adr come un nemico da osteggiare per interessi particolaristici ma come una nuova opportunità di sviluppo della professione.

Salvatore Primiceri

Comments

comments