di Salvatore Primiceri* – Invidia e odio sono disposizioni umane molto comuni. Difficile trovare qualcuno che non abbia provato, anche per pochi secondi, uno o entrambi questi turbamenti. Si tratta di sentimenti negativi che non fanno bene a chi li prova e che, pertanto, occorre tenere a freno.

Plutarco, nel suo trattato morale “Come distinguere l’invidia dall’odio” separa in modo netto l’invidia dall’odio, pur ritenendoli così somiglianti da indurci, talvolta, in confusione. Secondo lo storico greco, l’odio è un sentimento comune anche alle altre specie animali oltre all’uomo; infatti ci sono animali che, per varie leggi della natura, odiano o quanto meno confliggono con altri animali. L’invidia, invece, è propria solo del genere umano. Solo l’uomo, infatti, è in grado di provare un sentimento negativo verso un altro uomo solo perché quest’ultimo è felice. L’invidia si prova verso le persone miti, serene, soddisfatte, felici, mentre l’odio è generalmente provato verso persone ritenute, a torto o a ragione, cattive, colpevoli di ingiustizia.

Ecco perché, talvolta, l’odio è persino socialmente comprensibile e accettato; pensiamo al caso di un dittatore criminale di guerra. Chi non proverebbe odio per una persona di tal fattura?

L’odio, quindi, trova la sua fonte nella malvagità; l’invidia, invece, nella felicità degli altri.

Provare invidia nei confronti di qualcuno è sempre sbagliato, visto che nessuno commette del male per il fatto di vivere nel benessere, circostanza che è invece proprio la causa dell’invidia altrui. Invece accade che molti vengono giustamente odiati, come coloro che definiamo degni di odio, se non prendono le distanze dalle persone di tal genere e non provano verso di esse disgusto e ripugnanza“.

Mentre l’odio si può provare, come detto, per personaggi molto noti, non avviene lo stesso per l’invidia. Bersaglio dell’invidioso è la persona della porta accanto, un conoscente, un amico, un collega di lavoro. Che senso avrebbe, spiega Plutarco, invidiare un personaggio resosi celebre a livello mondiale per la sua bravura e, quindi, fuori dalla nostra portata e competizione? Proprio la competizione scatena l’invidia che, quindi, si sviluppa nello stesso ambiente di vita dell’invidioso.

Se chi prova odio, può trovare talvolta una giustificazione persino ragionevole al proprio sentimento negativo, chi prova invidia, invece se ne vergogna e non lo ammette, proprio perché sa che l’invidia è sempre sbagliata:
Gli uomini, però, negano di essere invidiosi e anche quando vengono messi di fronte all’evidenza, si difendono cercando varie scuse come quella di affermare che con l’uomo in questione sono semplicemente arrabbiati oppure ne hanno timore“.

Odio e invidia si nutrono in un circolo vizioso crescente e difficile da controllare.

L’odio si spegne quando si cambia idea sul proprio avversario, oppure quando si ritiene di non aver subito più alcuna ingiustizia, oppure ancora quando si riceve un beneficio dalla persona odiata.

I tre casi qui sopra, però, spengono l’odio ma non l’invidia. Infatti: le persone che vengono riconosciute buone sono ancora più invidiate per la loro virtù e bontà; le persone che si convincono di non aver subito alcun torto rimangono comunque invidiose; infine se le persone invidiose ricevono un beneficio diventano ancora più invidiose della bontà e del benessere di colui che compie il favore.

L’invidia, concludendo, è la deviazione più subdola e pericolosa tra i sentimenti umani perché esclusiva dell’essere umano e difficile da ammettere e scacciare. L’invidioso, gettando continuamente discredito su chi ritiene per qualche aspetto migliore di lui, cerca così di porre in ombra ciò che lo offusca. Ma non può essere la felicità degli altri a determinare la propria infelicità. Anzi. L’invidioso deve guardare dentro sé stesso e lavorare alla cura della propria anima. Scoprirà che le qualità dell’invidiato sono in ognuno di noi; occorre quindi coltivarle e utilizzarle.

Salvatore Primiceri

*Articolo originario pubblicato su La Fabbrica del Buonsenso >>

Per approfondire:

Immagine utilizzata: “Tersite e Achille“, Ivan Zoni 2020, Tutti i diritti riservati.

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