iussolisirotti(di Enrico Sirotti Gaudenzi) - Prima di affrontare l’argomento sul disegno di legge sullo “ius soli”, è bene fare un breve excursus su quanto avveniva nell’antica Roma, presa ad esempio da tanti estimatori dello “ius soli” anche perchè, spesso e volentieri, il passato è necessario per comprendere il presente e, soprattutto, per non commettere errori nel futuro; non a caso Cicerone affermava che: “historia magistra vitae est!” (Cicerone, De Oratore, II,9).

I romani non conoscevano la differenza tra “ius soli” e “ius sanguinis”, in quanto la cittadinanza si determinava per discendenza proprio perché i cittadini romani erano i nati da padre cittadino, purchè procreati all’interno di un matrimonio legittimo.

La cittadinanza si acquisiva per “ius sanguinis”: erano infatti cittadini romani i figli legittimi di un cittadino, oppure quelli naturali di una cittadina. La regola prevedeva che i figli nati da un matrimonio legittimo (“connubium”) seguissero la condizione paterna al momento del concepimento; invece, quelli nati fuori dal matrimonio, seguivano la condizione della madre al momento della nascita.

Con la continua espansione territoriale dei romani la cittadinanza fu estesa ad altre popolazioni e nel 212 d.c. la Constitutio Antoniniana, emanata dall’Imperatore Caracalla, concesse la cittadinanza a tutti gli abitanti dell’impero romano, probabilmente per motivi economici e fiscali. Tale concessione, paragonabile ad una “sanatoria” e non ad un semplice “spalancamento delle porte”, era valida per tutti coloro che erano presenti all’interno del territorio al momento della concessione e non per coloro che sarebbero arrivati nel territorio dell’Impero romano in un secondo tempo.

Essere cittadino romano comportava una serie di privilegi: l’accesso alle cariche pubbliche, alla magistratura, il poter votare, il poter partecipare alle assemblee politiche della città di Roma, ecc.  Al cittadino Romano corrispondeva il “plenum ius”, cioè il diritto pieno: era infatti un onore pronunciare apertamente e pubblicamente: “civis romanus sum” (Cicerone, In Verrem 11, V, 162).

La cittadinanza poteva anche essere conferita in determinati casi ad una persona per premiarla di alcuni servizi, come, per esempio, aver servito Roma nel corpo dei vigili, aver speso una cospicua somma per costruire una casa a Roma, aver rifornito di frumento la città di Roma per diversi anni, …

Si poteva anche perdere la cittadinanza romana (capitis deminutio – diminuzione dei diritti) e ciò accadeva quando si subiva una condanna penale o a causa di un atto del potere politico.

Nell’attuale legislazione italiana la cittadinanza è considerata quale pienezza dei diritti civili e politici ed è basata, principalmente, sullo “ius sanguinis”.

Attualmente, ai sensi della l. n. 91 del 1992, la cittadinanza italiana si acquista:

-          automaticamente per “ius sanguinis”;

-          per “ius soli” se si è nati nel territorio italiano da genitori apolidi o appartenenti ad un ordinamento che non contempli lo “ius sanguinis”;

-          per elezione (se si nasce in Italia e si risiede legalmente fino a 18 anni);

-          per naturalizzazione, dopo 10 anni di residenza nel territorio italiano con la dimostrazione di non aver riportato condanne penali e di avere adeguate risorse economiche (termine ridotto in alcuni casi);

-          per matrimonio con un cittadino italiano, dopo 2 anni di residenza in Italia o dopo 3 anni, nel caso si risieda all’estero;

-          su domanda per nascita in territorio già italiano (Istria, Dalmazia) o in territorio appartenente al disciolto Impero austro-ungarico;

-          per servizi resi allo Stato;

-          per adozione.

Le tappe che hanno portato all’adozione dell’attuale disciplina sono tante:

-          lo Statuto Albertino del 1848 subordinava la cittadinanza all’autorità del “pater familias”, in quanto la cittadinanza del marito si estendeva alla famiglia;

-          la legge n. 555/1912 prevedeva che i figli seguissero la cittadinanza del padre e, solo in casi eccezionali, quella della madre, che poteva perdere la cittadinanza nel caso si sposasse con uno straniero;

-          la Costituzione del 1948 rimase inalterata sui principi della cittadinanza per via materna, nonostante fosse fondata sulla famiglia, sul lavoro, sulla sovranità del popolo e sui principi di uguaglianza;

-          le sentenze della Corte Costituzionale n. 87/1975 e n. 30/1983 eliminarono finalmente la disparità tra uomo e donna, escludendo la perdita della cittadinanza italiana della donna che si sposasse con uno straniero;

-          la l. n. 123/1983 dispose che doveva essere ritenuto cittadino per nascita il figlio minore di padre o madre cittadini, o nato in Italia, ammettendo il possesso della cittadinanza multipla; in caso di doppia cittadinanza il figlio, entro un anno dalla maggiore età, doveva optare per una sola cittadinanza. La l. n. 123/83, inoltre, abrogava la precedente norma che imponeva l’acquisizione automatica “iure matrimoni” per le straniere che si erano sposate con un cittadino italiano disponendo l’uguaglianza dei coniugi stranieri relativamente alla legge italiana;

-          successive disposizioni normative riconobbero, poi, la cittadinanza ai nati ed ai discendenti di cittadini dei territori dell’Istria, di Fiume, della Dalmazia e del territorio del disciolto Impero austro-ungarico.

Come racconta Cesare Finzi nel suo libro intitolato “Qualcuno si è salvato ma non è stato più com’era prima” nella storia del nostro Paese si sono verificati anche casi in cui cittadini italiani sono stati privati della loro cittadinanza: mi riferisco alle leggi razziali del 1938 emanate dalla dittatura fascista. Nel libro sopra citato Finzi narra che un sabato mattina, all’età di otto anni, si recò a comprare per il padre il “Corriere della sera” e lesse in prima pagina, a caratteri cubitali che da quel giorno venivano esclusi dalle scuole pubbliche i bambini e gli insegnanti ebrei.

Passiamo ora ad esaminare il disegno di legge approvato alla Camera, ispirato allo “ius soli” temperato, in quanto fissa diverse regole, senza prevedere un automatismo generalizzato. Secondo questo disegno di legge, può acquistare la cittadinanza chi è nato nel territorio italiano da genitori stranieri, uno dei quali sia in possesso del diritto di soggiorno permanente (il diritto di soggiorno permanente è riconosciuto, ai sensi del d. lgs. n. 30/2007, al cittadino dell’Unione europea e ai suoi familiari, che abbiano soggiornato legalmente e in via continuativa per cinque anni nel territorio nazionale) o del permesso di soggiorno di lungo periodo (il permesso UE per soggiorno di lungo periodo è rilasciato, ai sensi del d.lgs. 286/1998, allo straniero cittadino di Stati non appartenente all’Unione europea, in possesso dei seguenti requisiti: titolarità, da almeno cinque anni, di un permesso di soggiorno in corso di validità; reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale; disponibilità di alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge; superamento di un test di conoscenza della lingua italiana). Vengono comunque esclusi gli stranieri ritenuti pericolosi per l’ordine pubblico.

La legge attualmente in esame prevede, poi, un’altra modalità di acquisizione della cittadinanza: lo “ius culturae”, per la quale possono beneficiare della cittadinanza italiana gli stranieri nati in Italia o entrati nel territorio entro i 12 anni, qualora abbiano frequentato regolarmente un percorso formativo di almeno cinque anni di studi nel nostro territorio. Tale formazione consiste in: uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione; o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali, idonei al conseguimento di una qualifica professionale. Nel caso in cui la frequenza riguardi il corso di istruzione primaria, è altresì necessaria la conclusione positiva di tale corso.

Nella bozza pervenuta in Senato viene previsto un terzo caso che presenta elementi di novità e che rientra nell’ambito della concessione della cittadinanza: la naturalizzazione. Tale provvedimento, emesso con decreto del Presidente della Repubblica, riguarda gli stranieri arrivati in Italia prima della maggiore età e residenti da sei anni. Per questi è prevista la regolare frequenza di un ciclo scolastico (con titolo conclusivo) o un percorso di formazione professionale (con conseguimento della qualifica).

Passiamo ora a verificare se lo “ius soli” sia presente negli altri stati europei ed in che modo. Lo “ius soli” puro non è presente in nessuno dei 27 stati europei: questi non hanno una legislazione unica e, solitamente, adottano lo “ius sanguinis” temperato con lo “ius soli”; lo “ius soli” puro è presente negli Stati Uniti (il quattordicesimo emendamento della Costituzione americana del 1868 lo prevede espressamente), in Canada e in Sud America.

Tornando all’Europa, in Germania è cittadino tedesco chi è figlio di un cittadino straniero che abbia il permesso di soggiorno per almeno 8 anni (ius sanguinis temperato); in Gran Bretagna, paese uscito recentemente dall’UE, il bambino che nasce sul territorio britannico da un genitore ivi residente da 3 anni acquista la cittadinanza (accesso facilitato); in Francia è previsto che un bambino nato nel territorio francese da un genitore straniero ma a sua volta nato in Francia sia cittadino francese; in Irlanda è adottato il principio dello “ius sanguinis”, ma se un bambino nasce da genitori di cui almeno uno risieda nel paese, con regolare permesso di soggiorno, da tre anni prima della nascita, ottiene la cittadinanza; in Spagna diventa cittadino chi nasce da padre o madre spagnola o chi nasce nel territorio spagnolo da genitori di cui uno deve essere nato in Spagna; in Belgio viene concessa la cittadinanza a coloro che sono nati nel territorio nazionale al compimento dei 18 anni o al compimento dei 12 anni, se i genitori sono residenti da almeno 10 anni.

Attorno al disegno di legge sullo “ius soli” vi sono – anche a detta di numerosi opinionisti – troppe ipocrisie: bisogna, infatti, prevedere e considerare quali possano essere tutti gli effetti che un simile cambiamento potrà causare.

È necessario ricordare che la cittadinanza, una volta concessa non può essere tolta, se non in casi particolarmente eccezionali e che l’Italia ha già concesso molto agli immigrati. Oltretutto tale proposta potrebbe andare a modificare la demografia storica del nostro Paese (per essere cittadini italiani si devono infatti abbracciare tutti i principi generali della nostra Costituzione). I dati sull’immigrazione sono preoccupanti (si ricorda che l’Italia ha già speso circa 12 miliardi di euro negli ultimi tre anni in ambito di immigrazione) e l’approvazione dello “ius soli” sarebbe un incentivo all’aumento dei flussi migratori verso il nostro territorio che potrebbero avere un effetto pari ad un proprio tsunami umano. Purtroppo l’incidenza della popolazione straniera su quella italiana è cresciuta enormemente negli ultimi anni: nel 1990 gli stranieri erano appena lo 0.8% della popolazione; nel 2000 il 2,5% e nel 2006 ha superato, addirittura, il 5% (le regioni più interessate da tale fenomeno sono l’Emilia Romagna, la Lombardia, il Lazio, l’Umbria e la Toscana).

L’Italia, inoltre, è un territorio densamente abitato ed ampliare l’attribuzione della cittadinanza è veramente preoccupante, in considerazione del fattore economico, del fattore relativo alla sicurezza e dell’alto tasso di disoccupazione giovanile (si stima che a beneficiare della riforma sullo “ius soli” sarebbero circa 800mila minori che diventerebbero nel breve tempo cittadini italiani; a seguire, negli anni successivi, si aggiungeranno circa ulteriori 100mila nuovi cittadini).

Concludendo, ritengo che, mentre l’Italia assiste ogni anno ai numerosi sbarchi di clandestini e mentre il modello di integrazione si è mostrato inadeguato in tutti i paesi europei a causa dell’intolleranza islamica e degli atti di terrorismo, proporre una strada agevolata per ottenere la cittadinanza agli stranieri è veramente inaccettabile alla luce, peraltro, della situazione di criticità alla quale è costretta la popolazione italiana che vive, o meglio sopravvive, nel nostro Paese.

Non dimentichiamo inoltre che questa proposta di legge, presentata dalla sinistra per motivi politici (ottenere probabilmente più voti alle prossime elezioni politiche) sta creando malumori all’interno del popolo italiano, che è sempre stato solidale coi bisognosi e accogliente coi migranti. Ora però bisogna capire che si stanno gettando i semi per future ribellioni: gli italiani sono stanchi di vedere offrire aiuti molto sostanziosi a chi viene da fuori, mentre per la propria sopravvivenza c’è ben poco.

Osserviamo le notizie che quotidianamente ci riporta la cronaca. Si sta profilando una guerra tra i poveri: vedi i disordini che nascono anche in seguito alle assegnazioni di case popolari, che spesso vengono date ai migranti, scavalcando così i nostri italiani che nella loro vecchiaia, si vedono privati del minimo necessario per vivere.

Per il momento la discussione al Senato del disegno di legge è stata rinviata, in quanto i gruppi che alla Camera hanno votato il provvedimento non vogliono confermare il loro voto al Senato … forse il buon senso avrà la meglio anche sui sostenitori di questo disegno di legge.

Enrico Sirotti Gaudenzi

Avvocato

Responsabile giustizia Forza Italia Emilia Romagna

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