di Giovanni Reho – Il tema è diventato d’attualità quando alcune compagnie aeree hanno diffuso la notizia che le condizioni di volo potrebbero a breve imporre la verifica di un “patentino” che certifichi la vaccinazione dei passeggeri contro il Covid 19. Non è da escludere che l’obbligo possa essere esteso ad ogni ambito sociale, lavoro, cinema, ristoranti, bar, etc.

Nel frattempo, i governi europei (compreso quello italiano) continuano a confermare che la vaccinazione non è obbligatoria anche se contraddittoriamente l’OMS sta lavorando sull’ipotesi di un certificato vaccinale che consenta di verificare l’avvenuta vaccinazione contro il virus.

Rendendo facoltativa la vaccinazione, lo Stato rimane apparentemente “rispettoso” delle libertà individuali dei cittadini però al contempo potrebbe indirettamente legittimare un sistema di esclusioni sociali che sanziona i cittadini che rifiutano di vaccinarsi, rendendo di fatto la vaccinazione obbligatoria.

In questo modo, le responsabilità vengono “scaricate” sul sistema sociale, eliminando ogni problema di imputabilità a carico delle Autorità preposte.

Ma intanto il vaccino è davvero sicuro?

Non ci sono dubbi che la lotta contro la pandemia è possibile attraverso un sistema diffuso di vaccinazione contro il virus.

L’EMA (European Medicines Agency) ha dato parere positivo all’immissione in commercio del vaccino cd. Cominarty sviluppato da BionTech e Pfizer sulla base di “dati sufficientemente solidi di qualità, sicurezza ed efficacia del vaccino”. Questa autorizzazione però, come si legge nella relazione dell’EMA, è espressamente “subordinata a condizioni”.

Perché? “L’autorizzazione all’immissione in commercio subordinata a condizioni” è uno degli strumenti regolatori dell’UE che consente di agevolare l’accesso precoce a farmaci che rispondono ad una esigenza sanitaria “non precedentemente soddisfatta” che rivesta carattere di emergenza.

Sul piano formale l’uso di tale procedura può essere comprensibile, a condizione che la verità sul vaccino sia chiara ed esauriente come non sembra essere almeno sino ad oggi.

Il vaccino è stato testato su 22.000 volontari a partire da 16 anni di età e ha dato risultati positivi nel 95% dei casi. Nel frattempo, però, l’EMA si è impegnata a fornire entro breve tempo i dati completi sulla procedura adottata per la validazione del vaccino anche se, in realtà, Emer Cooke, direttore esecutivo dell’EMA, in modo tutt’altro che rassicurante, ha precisato che il nostro lavoro non si conclude qui. Continueremo a raccogliere e analizzare i dati sulla sicurezza e l’efficacia del vaccino per proteggere coloro lo riceveranno nell’UE”. Cooke ha anche sottolineato che l’azienda produttrice, le autorità europee e il sistema di farmacovigilanza dell’UE avranno il compito di monitorare la sicurezza e l’efficacia del farmaco durante il suo utilizzo in tutti gli Stati membri.

Nel frattempo, il titolare dell’autorizzazione dovrà fornire informazioni – evidentemente non ancora in possesso dell’EMA e non di secondaria importanza – sulla durata della protezione, sulla capacità del vaccino di prevenire la forma grave di COVID-19, sulla misura in cui il vaccino protegge le persone immunocompromesse, i bambini e le donne in gravidanza e sulla capacità di prevenire i casi asintomatici.

L’aspetto che dovrebbe ulteriormente far riflettere è che i risultati dello studio principale da parte del titolare dell’autorizzazione saranno forniti entro due anni, quando centinaia di milioni di persone avranno già ricevuto il vaccino.

La nota dell’EMA precisa, inoltre, che ulteriori garanzie sulle qualità farmaceutiche del vaccino saranno disponibili “man mano che la produzione continuerà ad aumentare” considerato peraltro che – come si legge espressamente nella citata     nota – “alcuni effetti indesiderati possono emergere solo quando si saranno vaccinate milioni di persone”.

Di fatto, nei prossimi due anni, milioni di persone saranno “cavie” per la sperimentazione del vaccino che, come si è detto, proseguirà con la sua sempre maggiore commercializzazione.  Possibili effetti indesiderati – quali e quanto gravi non è dato saperlo – saranno noti solo in un momento successivo, quando la platea dei soggetti vaccinati avrà riguardato ormai milioni di persone.

La situazione non è rassicurante e non dovrebbe esserlo per le nostre autorità sanitarie e governative. È strano che lo Stato non ne parli e sarà altrettanto incomprensibile se non interverrà per impedire che l’esercizio delle libertà individuali fondamentali, nel caso di specie quella di rifiutare il vaccino almeno allo stato delle attuali conoscenze sperimentali e scientifiche, possa essere compresso con il rischio di esclusione sociale.

La libera determinazione di ogni singolo individuo deve essere garantita e protetta in modo incondizionato. Non è ammissibile che chi non vorrà vaccinarsi possa essere punito con la sanzione della sua esclusione sociale dal lavoro, dai treni o dagli aerei.

Chi ritenesse, sulla base degli attuali studi sperimentativi incompleti, di non vaccinarsi non può e non deve essere discriminato; questi continuerà ad usare la mascherina e a adottare forme di prevenzione alternativa come il test diagnostico.

L’accelerazione della soluzione non può avvenire sulla salute delle persone. Ciascuno dovrà essere in grado di valutare i pro e i contro della propria decisione anche in considerazione del fatto che il cd. “consenso informato” che dovrà sottoscrivere al momento della vaccinazione prevede di “aver compreso i benefici e i rischi della vaccinazione” che in realtà saranno definitivamente noti solo tra due anni.

Giovanni Reho

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