La legalizzazione delle droghe leggere è uno degli argomenti più trend del XXI secolo. Negli Stati Uniti molti stati federali hanno deciso di dare il via libera all’uso legale della cannabis.

Attualmente, sui 51 Paesi degli USA, nove hanno fatto il grande balzo. Si tratta di California, Alaska, Colorado, Maine, Nevada, Massachusetts, Oregon, Washington e Vermont.

Il boom di legalizzazioni ha portato con sé anche una spinta dal punto di vista commerciale. L’anno scorso, difatti, il mercato legale della cannabis statunitense ha generato introiti pari a 6 miliardi di dollari, cifra che in base alle stime raggiungerebbe i 50 miliardi entro il 2026. Quello che frena ancora molte aziende che hanno deciso di intraprendere questa strada è la riottosità delle istituzioni finanziarie tradizionali che preferiscono restare in disparte a causa della normativa federale, che non ne ha ancora regolarizzato l’uso. Di fatto, questo vincolo per i circuiti normali, diventa terreno fertile per le criptovalute, alcune delle quali stanno diventando proprio «specialiste» di questo settore.

La tecnologia Blockchain, capace di garantire l’anonimato delle transazioni, oltre che il mercato libero da vincoli, ha favorito il rapporto tra criptomonete e cannabis. Grazie alle ICO, sono sempre di più le imprese che decidono di lanciare sul mercato la propria criptovaluta, convinti che sia l’unica strada percorribile per permettere alle industrie produttrici di sopravvivere in assenza di una legislazione a livello nazionale.

La prima a entrare in questo mercato è stata Potcoin. Questa criptovaluta è nata nel 2014 per iniziativa di tre persone anonime che, sotto gli pseudonimi di Hasoshi, MrJones e Smokemon 514, decisero di creare una valuta per capitalizzare la legalizzazione della cannabis. Nel 2017, la sua capitalizzazione di mercato era di circa 75 milioni di dollari e questo ha portato alla nascita della Potcoin Foundation che ha lo scopo di affrontare il problema della volatilità di queste monete. Potcoin è una criptovaluta peer-to-peer basata su un software opensource che utilizza l’algoritmo MIT/X11.

Fino al 23 agosto 2015 aveva un protocollo molto simile a Litecoin. In quella data, però, gli sviluppatori decisero di compiere un fork (ovvero un cambio di blockchain) per passare alla Proof-of-Stake, dando una notevole spinta al progetto.  Potcoin garantisce una soluzione decentralizzata per i trasferimenti di valute. Nel corso degli anni, ha iniziato ad essere riconosciuto come mezzo di pagamento da fornitori di servizi attinenti alla marijuana come Chronic Star Medical. Attualmente, dopo un aumento di capitalizzazione dovuto al suo arrivo negli exchanges più conosciuti, gli sviluppatori hanno compiuto il loro primo grande investimento dando inizio ad un processo di coltivazione naturale ed ecosostenibile della marijuana.

Le criptovalute non semplificano solo il rapporto tra distributori e consumatori, ma anche quello dei produttori. È, appunto, con questa idea che nasce Pavo. Si tratta di una soluzione che si rivolge, inizialmente, al settore della produzione e commercializzazione della cannabis.

L’obiettivo è quello di aiutare i coltivatori a gestire le proprie operazioni e la supply chain (ovvero la catena di distribuzione). Prevede anche di offrire una criptovaluta (il Pavocoin) per l’intero ecosistema che ruota attorno alla produzione e distribuzione della cannabis in ambito B2B (busineess to business). PavoCoin consentirà ai produttori di accettare pagamenti digitali dai loro clienti e dai membri della comunità. L’azienda punta a raccogliere 65 milioni di dollari tramite la sua ICO, che verrà utilizzata per finalizzare il progetto e supportare l’ecosistema.

Insomma: in un settore on continua espansione, ma senza una regolamentazione precisa, le criptovalute sembrano aver trovato il terreno fertile dove accrescere la propria credibilità e fama.

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