biennale2017Anche in questa edizione la nostra redazione, nella persona del nostro collaboratore Nicola Valentini, ha presenziato alla Biennale di Venezia. In questi giorni infatti la città lagunare ospita una tra le più antiche e storiche rassegne internazionali d'arte contemporanea. 
Buona lettura

Matteo Venturini - Direttore Responsabile de LAltrapagina.it



Mancano pochi giorni alla chiusura della biennale veneziana di arti visive. 
La “57a Esposizione Internazionale di Arti Visive” chiuderà i battenti domenica 26 novembre 2017 dopo sei mesi di apertura al pubblico. La mostra di quest’anno, curata dalla francese Christine Macel, è già stata discussa ampiamente da tanti media. Ai lettori de Laltrapagina.it racconteremo perché secondo noi vale la pena approfittare di queste ultime settimane e vedere (o rivedere) l’esposizione veneziana.

Partiamo dai lati negativi: come da tradizione le dimensioni dell’esposizione sono essenzialmente ingestibili, sia per il visitatore distratto che per quello più attento.
Il distratto vagherà con poche coordinate di riferimento tra le sale dell’arsenale e i padiglioni ai giardini dove si svolge il grosso dell’esposizione. Il poco tempo a disposizione e il ritmo serrato che dovrà sostenere per completare l’itinerario lasceranno ben poco spazio alla comprensione delle opere. A farne le spese sono i lavori maggiormente complessi e le opere di videoarte, giocoforza trascurate nel tour de force che la Biennale impone.
Il visitatore attento, magari pure informato sui registri linguistici dell’arte contemporanea, soffrirà invece l’approccio didascalico di tante opere contenute nella esposizione principale curata dalla Macel e intitolata Viva Arte Viva.
La Biennale di questi ultimi anni offre due proposte al pubblico: la grande mostra a tema e le partecipazioni nazionali. La mostra di quest’anno era suddivisa in 9 padiglioni o capitoli, che riassumevano il mondo degli artisti e delle loro opere in altrettanti temi. Chi scrive è rimasto particolarmente dalle opere degli artisti orientali, Shimabuku in particolare.
L’altra proposta della Biennale è costituita dal complesso di padiglioni collocati tra Arsenale, Giardini e vari altri punti della città lagunare. La suddivisione per nazioni è stata criticata a più riprese nel corso degli anni ma è ormai talmente radicata nell’immaginario di questa esposizione da costituirne un tratto identitario insostituibile. Niente padiglioni uguale niente Biennale.
Tra i molti padiglioni nazionali di questa edizione la critica ha insistito particolarmente su quello tedesco, vincitore di un Leone d’oro per la miglior partecipazione nazionale.
Il padiglione italiano è quello che ci ha sorpreso. La nazione ospitante ha da sempre un ruolo di rilievo nell’esposizione, fin dal 1895, anno di fondazione della kermesse.
Dopo anni di presenze tra l’irritante e lo sciatto, l’Italia si presenta al mondo con un padiglione forte e di sicuro impatto, curato da Cecilia Alemani. Tre gli artisti in mostra: Giorgio Andreotta, Roberto Cuoghi, Adelita Husni-Bey.
Al visitatore che ancora non ha visto le sale della Biennale non toglieremo il piacere di scoprire di persona le tre visioni magiche degli artisti sopracitati.
Si rimane subito sconvolti dagli alchemici esperimenti di Roberto Cuogo, ideatore di una fabbrica di Cristi che da fucina bizantina, si evolve in un laboratorio mobile in stile Area 51 per concludere con l’epica debordante di un giudizio universale composto dai resti umili e umiliati del salvatore.
Accenneremo soltanto che il lavoro del veneziano Giorgio Andreotti Calò è una grande, emozionante installazione capace di ingannare l’occhio e stimolare la mente. 
Meno limpido il lavoro di Adelina Husni-Bey, opera ibrida tra installazione, video, gruppo di sculture, ispirata al tema della cartomanzia. Complessivamente la sola visita del padiglione italiano giustifica la spesa, il tempo, la fatica di una visita a Venezia. Viva Arte Viva.

Nicola Valentini

 

Nella foto un'imbarcazione del collettivo giapponese "The Play" presso l'Arsenale.

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