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	<title>L&#039;AltraPagina.it - Il Magazine Culturale</title>
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	<description>Il magazine culturale a cura della redazione di Voilier2000.com</description>
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		<title>Venezia 67: retrospettiva Vacanze di Natale con Jerry Calà e Christian De Sica</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 19:19:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sarà dedicata al cinema comico italiano, e in particolare ai suoi protagonisti, la retrospettiva della 67. Mostra Internazionale d&#8217;Arte Cinematografica, diretta da Marco Mueller che avrà luogo al Lido dall&#8217;1 all&#8217;11 settembre 2010.
Domenica 5 Settembre, alle ore 14.30 in sala Perla, verrà fuori concorso nella sezione retrospettiva, il Film Vacanze di Natale, il capostipite del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.laltrapagina.it/mag/wp-content/uploads/2010/09/cala.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1066" title="cala" src="http://www.laltrapagina.it/mag/wp-content/uploads/2010/09/cala-150x150.jpg" alt="cala" width="150" height="150" /></a>Sarà dedicata al cinema comico italiano, e in particolare ai suoi protagonisti, la retrospettiva della 67. Mostra Internazionale d&#8217;Arte Cinematografica, diretta da Marco Mueller che avrà luogo al Lido dall&#8217;1 all&#8217;11 settembre 2010.<br />
<span id="more-1065"></span>Domenica 5 Settembre, alle ore 14.30 in sala Perla, verrà fuori concorso nella sezione retrospettiva, il Film Vacanze di Natale, il capostipite del più fortunato filone del cinema italiano contemporaneo, alla presenza in sala di Jerry Calà e Christian De Sica.</p>
<p>Di tutti i generi italiani, il comico è sempre stato il grande polmone economico e popolare del nostro cinema, dai tempi di Totò giù fino ai cinepanettoni. Non ottenendo però che raramente un vero interesse critico. Il fatto quindi che la Mostra di Venezia dedichi al cinema comico italiano una retrospettiva, va letto anche come un omaggio a un genere troppo spesso rimasto nell&#8217;ombra.</p>
<p>Alcuni dei più popolari comici italiani, saranno alla Mostra per ricordare film e comici del passato, ai quali possono essere accostati nel gioco delle discendenze e delle affinità, che caratterizza la storia della comicità nel nostro cinema.</p>
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		<title>Immagini perfettamente inutili nel cinema di Tran Aan Hung</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 19:16:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Claudio Salvati - Assurto agli onori della fama nel 1992, quando Il profumo della papaya verde vinse la Caméra d’Or al Festival di Cannes ed il César come miglior opera prima, il cinema di Tran Aan Hung ha raggiunto l’apice con Cyclo (Leone d’Oro a Venezia 1995) e Solstizio d’estate (2000).
Eppure questo cinema contemplativo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.laltrapagina.it/mag/wp-content/uploads/2010/09/nw.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1063" title="nw" src="http://www.laltrapagina.it/mag/wp-content/uploads/2010/09/nw-150x150.jpg" alt="nw" width="150" height="150" /></a>di Claudio Salvati </em>- Assurto agli onori della fama nel 1992, quando Il profumo della papaya verde vinse la Caméra d’Or al Festival di Cannes ed il César come miglior opera prima, il cinema di Tran Aan Hung ha raggiunto l’apice con Cyclo (Leone d’Oro a Venezia 1995) e Solstizio d’estate (2000).</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1062"></span>Eppure questo cinema contemplativo ed esegetico è tanto bello e sinuoso da un punto di vista formale quanto esangue e a tratti indisponente: forte dell’incontestabile perfezione delle immagini del regista, Norwegian wood  è invece cinematograficamente inutile e vale per quello che è, ovvero l’opera di un abile illustratore. Accusato a suo tempo di fare più un cinema che piacesse ai festival che al pubblico, Tran Aan Hung presenta a Venezia l’ennesima storia di crisi esistenziale tra Watanabe, giovane studente universitario e le belle Naoko e Midori (Kiko Mizuara, almeno lei davvero brava). Ma mentre la prima è introversa ed incapace di staccarsi dal ricordo del suicidio dell’amico Kizuki, l’altra è invece gioviale, sicura di sé e molto decisa. Alla fine anche Naoko si suiciderà, lasciando Midori libera davvero di rendere felice Watanabe. Cinema stancante ed educato, con la sua lunghezza improponibile (due ore e dieci minuti), e la fotografia ineccepibile, Norwegian wood è doppiamente furbo, perché attinge dalla miseria per giustificare l’infelicità dei suoi protagonisti, frigidi e perennemente stereotipati, inciampa nella voce fuoricampo ora di Watanabe, ora di Naoko e di Midori e gli conferisce quell’aurea tipica dell’operina culturale che pretende di scoprire leggi universali ad ogni sbadiglio che produce, ha il passo lento delle sue pudiche scene di sesso maldestro e non regala sussulti cinematografici se non per la rarefatta bellezza dei suoi fotogrammi. Quando Watanabe telefona a Midori per comunicarle di voler costruire una vita con lei glielo dice come se le stesse raccontando che l’acqua è fredda, ma non è l’unica scena fastidiosa: la preparazione del suicidio di Kizuki non ha un senso narrativo ed è addirittura ilare quando la sorella di Naoko chiede a Watanabe di fare l’amore con lei, dopo la morte della ragazza. Tran Aan Hung parla di felicità e di tempo che fugge, ma il suo è un cinema triste la cui visione non pagherà mai delle due ore (abbondanti) buttate via.</p>
<p>NORWEGIAN WOOD, di Tran Aan Hung, con Kenichi Matsuyama, Rinko Kikuchi, Kiko Mizuhara, Kengo Hora, Reika Kirishima.</p>
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		<title>Somewhere, il posto sospeso tra la famiglia e una camera d&#8217;albergo</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 19:09:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Claudio Salvati &#8211; Che luoghi strani devono essere gli alberghi per Sofia Coppola, con quelle camere anonime e perfettamente uguali, le hall pullulanti di voci e corpi, i parcheggi, con le macchine e gli autisti, i camerieri e le centraliniste. Di certo ne deve aver visti molti, nella sua vita girovaga tra un set [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.laltrapagina.it/mag/wp-content/uploads/2010/09/somewhere2.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1058" title="somewhere2" src="http://www.laltrapagina.it/mag/wp-content/uploads/2010/09/somewhere2-150x150.jpg" alt="somewhere2" width="150" height="150" /></a>di Claudio Salvati</em> &#8211; Che luoghi strani devono essere gli alberghi per Sofia Coppola, con quelle camere anonime e perfettamente uguali, le hall pullulanti di voci e corpi, i parcheggi, con le macchine e gli autisti, i camerieri e le centraliniste. Di certo ne deve aver visti molti, nella sua vita girovaga tra un set e l’altro del papà Francis Ford, del nonno Carmine, del fratello Roman, della zia Talia, del cugino Nicolas. La dimensione familiare non è casuale in Somewhere, quarto lungometraggio della regista de Il giardino delle vergini suicide, perché da lì tutto nasce, e nonostante i viaggi verso qualunque destinazione, vi si torna per ritrovarsi. Ecco quindi Johnny Marco, star hollywoodiana che presenzia ogni festa, party o copertina, ma del tutto assente come padre con Cloe, figlia avuta da un matrimonio fallimentare. O perlomeno presente quel che serve per accettare che il finesettimana sia il suo turno di custodia. Spostata di peso come un pacco postale, Cloe è di poche parole, spesso seria anche quando sembra divertirsi, eppure sinceramente legata ad un padre che non sa distinguere la domenica da un qualunque altro giorno della settimana, poco incline a cucinare ma decisamente appassionato dei suoi giri in Ferrari, del tutto ignaro che lei pattini da tre anni. Quando dovrà accudire la figlia per l’assentarsi della madre, l’idea di una convivenza improntata sulla frivolezza lascerà in eredità una consapevolezza ben più sofferta. Scarnificato fino all’osso dei dialoghi, Somewhere vive più di sguardi e di ambienti che di parole, quelle Sofia le lascia alla fabbrica di lustrini e paillettes che è Hollywood, con i suoi agenti, le starlette, i premi e le gran serate (davvero grottesco il tanto strombazzato cameo di Simona Ventura, Nino Frassica, Valeria Marini e Maurizio Nichetti, oltre alla fugace apparizione di Laura Chiatti). Minimalista ed essenziale nell’inquadratura, la regista prosegue il lavoro di luci e chiaroscuri iniziato col primo lungometraggio del 1999 e che con Marie-Antoinette sembrava aver raggiunto il suo apice. Se è lecito aspettarsi sempre di più da talenti così puri, e doveroso riconoscere che i barocchismi registici del padre in Sofia sono pressoché assenti, e l’ispirazione è davvero sincera ed intima, anche quando la sceneggiatura non lima alla perfezione le chiusure delle situazioni. Ad un risultato equilibrato e  composito contribuisce un dimesso Sthepen Dorff, disarmante e quasi dolce, ed una intensa Elle Fanning, davvero una rivelazione con l’istinto da veterana.</p>
<p>SOMEWHERE, di Sofia Coppola, con Stephen Dorff, Elle Fanning.</p>
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		<title>Speciale Venezia 67: Miral Fiore di Gerusalemme</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 19:06:17 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Claudio Salvati - Non si può negare a Julian Schnabel ciò che gli appartiene di diritto, cioè quello sguardo vergine dalla banalità dei modi di fare comuni, e la sensibilità, dunque, di un punto di vista privilegiato come il suo essere artista. Pittore di fama internazionale e regista altrettanto apprezzato, ha sempre raccontato storie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.laltrapagina.it/mag/wp-content/uploads/2010/09/miral.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1055" title="miral" src="http://www.laltrapagina.it/mag/wp-content/uploads/2010/09/miral-150x150.jpg" alt="miral" width="150" height="150" /></a>di Claudio Salvati </em>- Non si può negare a Julian Schnabel ciò che gli appartiene di diritto, cioè quello sguardo vergine dalla banalità dei modi di fare comuni, e la sensibilità, dunque, di un punto di vista privilegiato come il suo essere artista. Pittore di fama internazionale e regista altrettanto apprezzato, ha sempre raccontato storie incentrate sul fattore umano piuttosto che sul contesto, sulle emozioni ben più che le relazioni di causa ed effetto che piacciono tanto a certo cinema speculativo.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1054"></span>Per questo sbaglia chi pretende di trovare in Miral una dettagliata sinossi della nascita dello Stato di Israele o dell’OLP, e strumentali paiono alcune critiche al film, mirate più a Rula Jebreal, autrice del romanzo all’origine del film, e compagna del regista. Evidentemente in Italia non paga neanche essere una “gnocca senza cervello”, come le dissero a tradimento, mentre era ospite di Michele Santoro in tv. A tratti storia biografica, ma molto più romanzo di formazione, Miral è un fiore rosso che cresce sui cigli delle strade della Palestina, ed è anche il nome di una ragazza di Gerusalemme, che vive la sua adolescenza divisa tra il colleggio di  Hind Husseini, che crede nella cultura e nell’educazione come unica via per la pace, e l’amore per l’attivista politico Hani, attraverso un percorso di vita che abbraccia di destini di quattro donne diverse, ognuna con un sogno ed un destino. Interpretata dalla bellissima Freida Pinto di The Millionaire, il film si prende il giusto tempo per raccontare con commozione l’onore di un popolo, e indugiare nelle meravigliose asperità di un territorio deserto eppure pullulante di vita. Un film che è una dichiarazione d’amore di un uomo (il regista) per la sua compagna (Rula Jabreal), e che emana un profumo esotico e curioso, come un piccolo fiore rosso.</p>
<p>MIRAL, di Julian Schnabel, con Haim Abbass, Freida Pinto, Yasmine Al Massri, Alexander Siddig, Willem Dafoe, Vanessa Redgrave.</p>
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		<title>Quentin Tarantino tra ragion di stato e di cuore</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 19:03:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nella giornata dedicata a John Woo, Leone d’Oro alla carriera, e al suo Reign of assassins (ma non ne è il regista, ci tiene a precisarlo in conferenza stampa: ha solo supervisionato il montaggio finale – capirai n.d.r.), si parla solo di una cosa: Somewhere, e dunque Sofia Coppola.
La nuova fatica registica dell’autrice di Lost [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.laltrapagina.it/mag/wp-content/uploads/2010/09/somewhere1.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1052" title="somewhere" src="http://www.laltrapagina.it/mag/wp-content/uploads/2010/09/somewhere1-150x150.jpg" alt="somewhere" width="150" height="150" /></a>Nella giornata dedicata a John Woo, Leone d’Oro alla carriera, e al suo Reign of assassins (ma non ne è il regista, ci tiene a precisarlo in conferenza stampa: ha solo supervisionato il montaggio finale – capirai n.d.r.), si parla solo di una cosa: Somewhere, e dunque Sofia Coppola.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1050"></span>La nuova fatica registica dell’autrice di Lost in translation è al centro di un gossip sentimentale, poiché il film è in concorso e verrà giudicato dall’ex compagno di Sofia, ovvero Quentin Tarantino in persona: lui giura imparzialità ma questo Festival sembra fatto apposta per lui. Dopo il pupillo Robert Rodriguez e prima del maestro e suo idolo Takashi Miike, ecco quindi l’autrice più inquieta del panorama cinematografico mondiale. Con buona pace di Ascanio Celestini ed il suo La pecora nera, storia di pazzi e manicomi che piace a molti ma convince pochi, come se fosse l’ennesimo rigurgito dell’intellighenzia di sinistra (nonché un film per nulla inedito, visto che è tratto da una sua opera teatrale che ha già girato l’Italia), e ad Antonio Capuano (regista del confuso e inconcludente L’amore buio), che pretendeva una vetrina più prestigiosa per il suo film piuttosto che le “Giornate degli autori”. Nel frattempo un nubifragio ha allagato il casinò al piano terra e in sala stampa.</p>
<p>C. S.</p>
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		<title>Speciale Venezia 67: Machete a la Rivolucion!</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 18:21:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Claudio Salvati &#8211; Machete dura meno di due ore, eppure ha un odore di polvere da sparo così acre che toglie il fiato. È fuor di dubbio che uno degli infiniti pregi del film di Robert Rodriguez, girato in collaborazione col fedele montatore  Ethan Maniquis (e non è un dettaglio pleonastico) è quel senso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.laltrapagina.it/mag/wp-content/uploads/2010/09/machete.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1040" title="machete" src="http://www.laltrapagina.it/mag/wp-content/uploads/2010/09/machete-150x150.jpg" alt="machete" width="150" height="150" /></a>di Claudio Salvati</em> &#8211; Machete dura meno di due ore, eppure ha un odore di polvere da sparo così acre che toglie il fiato. È fuor di dubbio che uno degli infiniti pregi del film di Robert Rodriguez, girato in collaborazione col fedele montatore  Ethan Maniquis (e non è un dettaglio pleonastico) è quel senso sincopato di azione che si muove sul corpo di Danny Trejo (noto caratteristica ispanico, visto di recente anche nel Predetors prodotto dal regista messicano).</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1038"></span>E per quanto il film si nutra del carisma di attori e facce da film uno più bravo dell’altro, è impossibile non dare ragione a Rodriguez che ammette di aver immaginato Machete solo dopo aver ha conosciuto il suo attore. Pompando uno dei finti trailer del progetto Grindhouse, ideato assieme all’amico Tarantino, Machete racconta della vendetta di un ex federale, coinvolto in un tentativo di omicidio di un senatore texano candidato alla riconferma con un programma anti-immigrazione, e la relativa adesione del protagonista al movimento rivoluzionario che protegge i messicani. Eppure è inutile narrare una trama che può apparire saggia o sregolata, perché Robert Rodriguez dimostra di essere ben più anarchico di Quentin Tarantino, girando il suo personalissimo omaggio a Kill Bill. Tarantino si prende due film per dare un senso alla vendetta della sposa Uma Thurman, eppure la grossolanità della trama di Machete è purissimo cioccolato fondente, perché riscopre il gusto di un cinema fracassone da divorare con avidità tanto è buono e bello. Colorato e pulp, Machete ha il fascino irresistibile ed un po’ naif di certi filmacci di serie B, quelli del sangue e delle budella srotolate come carta igienica, eppure si prende il sacrosanto diritto di riderci sopra per costruirci l’iperbolico pretesto di un meta cinema diviso tra politica e fumetto; in fondo dove lo trovi un invito alla rivoluzione che inanella sketch di ragazze nude che nascondono il cellulare nella vagina, omaggi al porno soft domestico (la Lohan che fa il verso a se stessa è insuperabile), e un prete pistolero che afferma che la pietà è solo roba per Dio, mentre sta per riempirti le cervella di piombo? Eppoi, dopo la Rosario Dawson assassina e borchiata di Sin City e la Rose McGowan monca e mitragliata di Planet Terror, cosa vogliamo dire ad un Robert Rodriguez che ci regala pure Jessica Alba che uccide un criminale mascherato brandendo un scarpa col tacco e Michelle Rodriguez guercia e tosta? Buona visione!</p>
<p>MACHETE, di Robert Rodriguez, Ethan Maniquis, con Denny Trejo, Jessica Alba, Michelle Rodriguez, Robert De Niro, Steven Seagal, Jeff Fahey</p>
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		<title>Speciale Venezia 67: Il Ritorno di Chen Zen senza Bruce Lee</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 18:17:33 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nel 2010 cade il settantesimo anniversario della nascita di Bruce Lee; leggendario attore ed atleta orientale, interpretò per primo il ruolo di Chen Zen, eroe della resistenza cinese contro la mafia e la corruzione politica e militare del Giappone, spalancando così i cancelli internazionali della sua popolarità.
Pur ammettendo questa coincidenza alla casualità, Andrew Lau, regista [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.laltrapagina.it/mag/wp-content/uploads/2010/09/chenzen.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1034" title="chenzen" src="http://www.laltrapagina.it/mag/wp-content/uploads/2010/09/chenzen-150x150.jpg" alt="chenzen" width="150" height="150" /></a>Nel 2010 cade il settantesimo anniversario della nascita di Bruce Lee; leggendario attore ed atleta orientale, interpretò per primo il ruolo di Chen Zen, eroe della resistenza cinese contro la mafia e la corruzione politica e militare del Giappone, spalancando così i cancelli internazionali della sua popolarità.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1033"></span>Pur ammettendo questa coincidenza alla casualità, Andrew Lau, regista incensato in patria  e all’estero, ha reso omaggio alla stella dell’attore, scomparso in situazioni ancora mai del tutto chiarite, con un film di grande perizia. Legend of the fist &#8211; The return of Chen Zen (Jingwu fengyum) è in fondo un melò sfavillante dalla struttura fumettistica, e solo così è possibile tollerare la debolezza dei dialoghi, che tuttavia sembra scomparire, o addolcire i suoi limiti, di fronte alla dinamicità della regia e quel senso di vertigine tipico delle carrellate dell’autore di Infernal Affairs. Tornato a Shangai dopo essersi finto morto, Chen Zen assume una falsa identità per infiltrarsi nell’impero del crimine giapponese e sgominarlo dal’interno: lo coprirà un ricco boss della capitale cinese e vivrà una fugace storia d’amore con una cantante da cabaret, che si rivelerà personaggio ben più sfaccettato. Ambientato negli anni venti cinesi, periodo di rivoluzioni sociali contro l’influenza giapponese Jingwu fengyum gode di ogni pregio tipico delle ricche produzioni orientali, ovvero l’accuratezza dei dettagli, la bellezza calligrafica che lo rende intrigante e soprattutto la lodevole adesione attoriale tipica della tradizione recitativa cinese. Probabilmente se fosse stata una produzione americana, sarebbe passato inosservato o poco apprezzato, ma il protagonista Donnie Yen non fa rimpiangere l’illustre precedente di Bruce Lee, né chi lo sostituì nel 1994, ovvero Jet Li. Totalmente filocinese, e questo è un limite per una pellicola dal respiro epico, del tutto squilibrata ai danni dei cugini giapponesi.</p>
<p>LEGEND OF THE FIST – JINGWU FENGYUM, di Andrew Lau, con Donnie Yen, Anthony Wong, Shu Qi – Kiki, Huang Bo</p>
<p>C. S.</p>
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		<title>Pazzi per Natalie e matti per l&#8217;accredito. Seconda giornata a Venezia</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 18:02:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La seconda giornata veneziana si apre con un’ovvietà dopo lo scandalo delle prime proiezioni. L’ovvietà è il documentario su Vittorio Gassman, che già dal titolo spara tutte le sue cartucce: Una vita da mattatore non è né più né meno di quello che ci si aspettava da un istrione come il grande Vittorio, che è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.laltrapagina.it/mag/wp-content/uploads/2010/09/portman2.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1031" title="portman2" src="http://www.laltrapagina.it/mag/wp-content/uploads/2010/09/portman2-150x150.jpg" alt="portman2" width="150" height="150" /></a>La seconda giornata veneziana si apre con un’ovvietà dopo lo scandalo delle prime proiezioni. L’ovvietà è il documentario su Vittorio Gassman, che già dal titolo spara tutte le sue cartucce: Una vita da mattatore non è né più né meno di quello che ci si aspettava da un istrione come il grande Vittorio, che è anche e soprattutto l’attore immenso che già conosciamo e proprio per questo non ci interessa sapere ogni singola mancanza che, da patriarca di un piccolo clan di agili attori (4 figli e diverse mogli), ha inesorabilmente avuto.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1027"></span>A cominciare dalla figlia americana avuta con un’altra icona del cinema mondiale:quale è Shelly Winters. Certi miti sono belli proprio perché sovraumani; perché, dunque, farci scoprire anche le loro piccolezze? Qualcuno l’ha definito toccante, ma anche banale e indisponente rende l’idea. Lo scandalo invece non è la scena lesbica tra Natalie Portman ed il suo doppio in Black Swan, ma l’allucinante scoperta che per assistere alle proiezioni pomeridiane e serali in Sala Grande, da quest’anno è necessario prenotare il posto nonostante un accredito che costa tra i 60 e i 250 euro a seconda dell’utilizzo che se ne fa, e che deve garantire a tutti quelli che lo pagano di scegliere piuttosto che subire l’orario di un film. Così Machete, di Robert Rodriguez è stato precluso a molti, ma non a noi de L’Altra Pagina.</p>
<p>C. S.</p>
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		<title>Speciale Venezia 67. Black Swan: tutto il nero dell’arte</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 12:41:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cinema e Spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[black swan]]></category>
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		<description><![CDATA[di Claudio Salvati &#8211; Il cigno non è un animale docile, non è una nuvola bianca che vola in cielo soave per planare sui laghi, e per quanto sia elegante col suo collo lungo e gli occhi tinti di nero, ha anche dei piccoli, pericolosi denti seghettati, nascosti dentro quel gentile becco vermiglio.

Nonostante l’iconografia popolare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://www.laltrapagina.it/mag/wp-content/uploads/2010/09/blackswan.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1024" title="blackswan" src="http://www.laltrapagina.it/mag/wp-content/uploads/2010/09/blackswan-150x150.jpg" alt="blackswan" width="150" height="150" /></a>di Claudio Salvati</em> &#8211; Il cigno non è un animale docile, non è una nuvola bianca che vola in cielo soave per planare sui laghi, e per quanto sia elegante col suo collo lungo e gli occhi tinti di nero, ha anche dei piccoli, pericolosi denti seghettati, nascosti dentro quel gentile becco vermiglio.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1023"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante l’iconografia popolare ci abbia raccontato tutte le tristezze sui brutti anatroccoli o i canti di morte di questo animale, è indubbio che la madre di tutte le storie è Il lago dei cigni. Celeberrimo balletto di Tchaikovski, da una fiaba tedesca di Jophann Karl August Musäus, suggerisce l’ennesimo dubbio sul perché questo animale debba ispirare lacrime e tragedie, ma tanto è bastato a Darren Aronofsky per girare “Black Swan”. Inutile dire che il riferimento cinematografico più illustre per il regista è “Scarpette Rosse” (1948), di Powell &amp; Pressburger, capolavoro amato in ugual misura da Coppola, Scorsese e De Palma, che racconta la storia di Vicky Page (Moira Shearer), ballerina contesa tra le scelte della vita. Non serve nemmeno citare il finale del film, vi sveleremmo qualcosa di troppo, ma laddove i registi inglesi erano romanticamente barocchi, qui Aronofsky è pirotecnico e granduignolesco, un direttore d’orchestra abile capace anche di coreografare persino l’ultima delle emozioni dei suoi ballerini: la perfezione. È questa l’ossessione di Nina, ballerina votata alla tecnica ma incapace di sudare emozione dalla sua precisione, del tutto spiazzata dal suo insegnate (Vincent Cassel, bravo come sempre) che le chiede più istinto, più passione, più sangue per ammaliare il pubblico. Spinta dalla rivalità con la collega Lily, meno rigorosa ma più appariscente, raschierà il fondo delle sue fobie per grondare quel sangue che le serve pur di sentire dentro di sé la perfezione. Thriller psicologico e decisamente claustrofobico, ambientato interamente tra le pieghe delle turbe di Natalie Portman, capace di una snervante prova attoriale, “Black Swan” chiede allo spettatore tanta tensione quanta quella che concede e mostra il lato oscuro dell’arte, capace di scuoiare vivo chi non riesce a trattenerla. Scritto e descritto come un maniacale omaggio all’inquietudine e alle necrosi del corpo, lo si potrebbe definire “cronemberghiano”, eppure ad una prima visione è impossibile immaginarlo diverso dal suo esito. Barbara Hersey interpreta la madre di Nina, nell’unico modo adatto a lei: da carnivora. Se il buongiorno si vede dal mattino, Venezia 67 sarà una competizione famelica.</p>
<p>BLACK SWAN, di Darren Aronofsky, con Natalie Portman, Vincent Cassel, Barbara Hersey, Mila Kunis, Winona Ryder</p>
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		<title>Leoni d’oro, cigni neri, un cowboy armato e la vecchietta sul treno…</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 12:38:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[venezia 67]]></category>

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		<description><![CDATA[Venezia vale più di una polemica: inizia oggi la 67esima edizione del Festival più longevo del mondo, forse non il più potente (Cannes ha sempre un prestigio imbattibile e Berlino ha un mercato da brivido, per non parlare dei nuovi arrivati come Roma e gli evergreen Toronto e Locarno, o il Sundance), ma di sicuro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.laltrapagina.it/mag/wp-content/uploads/2010/09/venezia67.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1021" title="venezia67" src="http://www.laltrapagina.it/mag/wp-content/uploads/2010/09/venezia67-150x150.jpg" alt="venezia67" width="150" height="150" /></a>Venezia vale più di una polemica: inizia oggi la 67esima edizione del Festival più longevo del mondo, forse non il più potente (Cannes ha sempre un prestigio imbattibile e Berlino ha un mercato da brivido, per non parlare dei nuovi arrivati come Roma e gli evergreen Toronto e Locarno, o il Sundance), ma di sicuro la gestione Muller lo ha reso il più lungimirante, tanto da aver chiuso la porta in faccia a George Clooney ed il suo “The American”, girato in Italia, dato in predicato fino all&#8217;ultimo come evento d&#8217;apertura.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1020"></span>Invece Muller ha spiazzato tutti dando risalto a “Black Swan”, la nuova impresa di Darren Aronofsky, che dunque torna al Lido due anni dopo il personale trionfo di “The wrestler” che gli regalò il Leone d’Oro. Natalie Portman è la star più attesa della giornata, ma anche Robert Rodriguez con la proiezione di mezzanotte di “Machete”, col vendicativo Denny Trejo e Jessica Alba, e l&#8217;omaggio speciale a Vittorio Gassman, con il bel documentario “Vittorio racconta Gassman &#8211; Una vita da mattatore”. Si parlava di polemiche: troppe ce ne sarebbero ma la più divertente mi è capitata sul treno all&#8217;altezza di Padova, dove una vecchietta che, scoprendo che andavo al Festival, mi dice sicura, che eventi del genere servono per spacciare armi, cocaina ed eroina. presa con le pinze, è decisamente una storia da film. Per Venezia.</p>
<p>C. S.</p>
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